Blue Origin, la scommessa del riutilizzo: il booster del New Glenn vola di nuovo

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è chi, osservando il cielo sopra Cape Canaveral, potrebbe pensare a un déjà vu. In realtà, la missione odierna della Blue Origin, denominata NG-3, rappresenta un tornante netto rispetto al passato recente dell’azienda fondata da Jeff Bezos. Quando il colosso alto 98 metri si è staccato dalla rampa del complesso LC-36, non portava con sé solo un satellite per telecomunicazioni della AST SpaceMobile, ma anche l’eredità tecnica di un volo precedente. Per la prima volta, infatti, la società ha tentato e completato il rilancio di un propulsore già impiegato in una missione orbitale, segnando il suo ingresso ufficiale – seppur con qualche anno di ritardo rispetto alla concorrenza – nell’era del riuso pesante.

Questo primo stadio, soprannominato “Never Tell Me the Odds”, non è nuovo allo Spazio: era già stato protagonista del successo della missione NG-2 del novembre 2025. All’epoca, dopo aver spinto il razzo verso l’orbita, era riuscito nell’impresa di rientrare intatto, eseguendo una complessa manovra di atterraggio verticale sulla chiatta oceanica “Jacklyn”. Il ritorno alla base non è stato però immediato. Gli ingegneri di Blue Origin hanno scelto un approccio cauto per questa prima riconversione, sostituendo integralmente i sette motori BE-4 e apportando alcune modifiche al sistema di protezione termica. Ne consegue che, sebbene la struttura del booster sia la stessa, il cuore pulsante del velivolo è stato completamente rinnovato per garantirne l’affidabilità.

La meccanica del volo e la sfida alla concorrenza

Il decollo, avvenuto nella finestra compresa tra le 12:45 e le 14:45 ora italiana, ha seguito la coreografia standard del volo orbitale: i due stadi si sono separati in quota dopo circa tre minuti, con la parte superiore che proseguiva la sua spinta per posizionare il satellite BlueBird 7 in orbita bassa. L’attenzione, come prevedibile, era tutta rivolta alla fase discendente del primo stadio. Dopo aver assistito alla separazione, gli operatori a terra hanno monitorato la riaccensione dei propulsori per la manovra di rientro, un passaggio critico che già nel gennaio 2025 aveva causato il fallimento del primo tentativo di recupero. Superato questo scoglio, il booster ha eseguito una frenata atmosferica per poi planare verso la piattaforma galleggiante nell’Atlantico.

Con questo test, Bezos dimostra di voler colmare il divario tecnico che lo separa da SpaceX di Elon Musk, un’azienda che ha normalizzato il riutilizzo dei propri Falcon 9 ormai da anni. Se per Musk la riutilizzazione è una prassi consolidata che ha rivoluzionato i costi di accesso allo Spazio, per Blue Origin si tratta ancora di una fase di rodaggio. L’obiettivo dichiarato dalla società è arrivare a far volare ogni booster fino a 25 volte, un’ambizione che, se realizzata, potrebbe ribilanciare le alleanze commerciali nel settore dei lanci pesanti. Inoltre, il carico trasportato non è secondario: AST SpaceMobile sta costruendo una costellazione per connettere direttamente gli smartphone, e la riuscita del trasporto è essenziale per i piani industriali del cliente.

La dimensione strategica e il contesto lunare

Ma c’è un orizzonte più lontano che giustifica questa corsa al risparmio tecnologico. Il New Glenn non è solo un camion per satelliti commerciali; è il cavallo di battaglia scelto da Bezos per competere nel programma Artemis della NASA. Con l’obiettivo statunitense di riportare gli umani sulla Luna entro il 2028 – e con la Cina che fissa il proprio allunaggio per il 2030 – la necessità di un lander lunare affidabile e dai costi sostenibili è diventata cruciale. Sia Blue Origin che SpaceX stanno sviluppando i propri moduli di atterraggio, e la capacità di riutilizzare i componenti riduce drasticamente le spese di queste missioni. La posta in palio, quindi, non è solo il primato commerciale in orbita terrestre, ma la partecipazione alla prossima era esplorativa.

Questo terzo volo operativo, quindi, non rappresenta un punto di arrivo, ma la verifica su strada di una filosofia industriale. Recuperare il booster significa proteggere l’investimento più costoso del razzo; significa passare da una logica di “prototipo sperimentale” a una di “flotta operativa”. Mentre il secondo stadio si disintegrava al rientro nell’atmosfera, come da prassi, il primo stadio si è posato delicatamente sulla chiatta, pronto per essere revisionato e, forse, riportato in volo tra poche settimane. Se SpaceX ha dimostrato che il riuso è possibile, Bezos punta a dimostrare che è sostenibile anche su vettori di dimensioni superiori, gettando le basi per una concorrenza che spingerà i costi sempre più verso il basso.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.