Famiglia nel bosco, genitori denunciano l'assistente sociale: un procedimento che si incaglia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La già tormentata vicenda della cosiddetta "famiglia nel bosco", che vede i coniugi anglo-australiani Nathan e Catherine Trevallion separati dai propri tre figli da un provvedimento del Tribunale per i minorenni dell'Aquila, registra un nuovo e significativo intoppo, destinato a rallentare ulteriormente un iter giudiziario percepito come sofferto. L'atteso avvio della perizia psichiatrica sulle capacità genitoriali, disposta dal giudice per valutare la condizione dei minori allontanati il 20 novembre scorso e collocati in una casa famiglia, è stato infatti rinviato sull'onda di una formale contestazione avanzata dalla difesa. Una mossa che getta ombre aggiuntive su un procedimento che i legali della famiglia dipingono come viziato da pregiudizi e opacità operative, lontano anni luce dalla serenità e imparzialità che dovrebbero connotare simili delicate valutazioni.

Il cuore formale della contestazione

A due giorni dalla data prevista per l'inizio degli accertamenti tecnici, gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas hanno presentato un esposto di otto pagine all'Ordine professionale degli assistenti sociali e all'ente regionale di riferimento. L'oggetto della denuncia è il comportamento dell'assistente sociale Veruska D'Angelo, nominata dal Tribunale quale curatrice dei diritti dei tre minori. Nel documento si contesta, in sostanza, la sua condotta, giudicata ostile e non imparziale verso i genitori, al punto da richiederne la revoca immediata dall'incarico. Si sostiene che la sua gestione del caso, piuttosto che essere finalizzata a una tutela equa e oggettiva dei bambini, sarebbe stata influenzata da un conflitto personale, trasformando un percorso di protezione in una fonte di ulteriore sofferenza per l'intero nucleo familiare.

Le conseguenze pratiche sull'affettività dei minori

Le accuse contenute nell'esposto non rimangono confinate a una disputa di carattere procedurale, ma trovano un riscontro concreto in quelle che i legali descrivono come gravi limitazioni imposte ai ragazzi. Dopo sessanta giorni di permanenza nella struttura, ai bambini sarebbero infatti negati i colloqui telefonici liberi con la nonna e gli incontri con gli amici di famiglia, misure che, secondo la difesa, esulano da una necessità oggettiva di protezione e si configurano come un isolamento ingiustificato. Queste privazioni, che incidono profondamente sulla sfera affettiva e relazionale dei minori, vengono additate come la prova più evidente di un approccio punitivo e manchevole, lontano dallo spirito di una reale tutela dell'infanzia che dovrebbe sempre considerare il mantenimento dei legami significativi, salvo comprovati rischi.

Un procedimento sotto la lente

La presentazione dell'esposto, che ha di fatto bloccato l'avvio della perizia, pone ora le autorità disciplinari e l'ente committente di fronte alla necessità di esaminare le pesanti allegazioni. La vicenda, che continua a sollevare interrogativi sulle modalità di intervento delle istituzioni in casi di presunta fragilità familiare, si avvia verso una nuova fase di stallo, in attesa che vengano chiariti i dubbi sollevati sulla condotta di una delle figure chiave del procedimento. Per i Trevallion, intanto, il calvario procede, mentre i tre fratellini restano lontani dai propri genitori, in attesa che la macchina della giustizia minorile, spesso lenta e burocratica, faccia il suo corso tentando di dissipare le nubi di parzialità che oggi la offuscano.

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