Crans-Montana, nei primi interrogatori emergono le falle del sistema di sicurezza
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Redazione Esteri
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Le prime audizioni dei responsabili della sicurezza del Comune di Crans-Montana, alla luce dell’incendio del "Le Constellation", hanno fatto emergere un quadro di negligenze sistemiche e di carenze strutturali che sembrano aver reso inevitabile la tragedia. Gli inquirenti, ascoltando il precedente responsabile e quello attuale, si sono sentiti ripetere un mantra di giustificazioni che suonano come un’ammissione di colpa: il software per la gestione delle verifiche non funzionava, le casse comunali non disponevano delle risorse necessarie per sostituirlo e, in ultima analisi, il controllo diretto sull’applicazione delle ordinanze antincendio non sarebbe rientrato nelle loro mansioni specifiche. Un concatenarsi di omissioni che, se da un lato getta un’ombra lunga sulla vicenda giudiziaria, dall’altro delinea con chiarezza i contorni di un’amministrazione locale distratta, se non addirittura incurante, della sicurezza pubblica.
L’ordinanza cantonale ignorata e la riunione degli incaricati
Proprio quella mancata vigilanza ha portato, come accertato dagli investigatori, a ignorare completamente l’ordinanza del Canton Vallese che impone verifiche annuali nei locali aperti al pubblico. Una circostanza, questa, che assume un peso specifico ancor più grave se si considera che, in seguito ai fatti, gli incaricati comunali per la sicurezza e i rappresentanti cantonali si sono riuniti per favorire uno scambio costruttivo. Durante l’incontro, come riferito dalla responsabile del Servizio di sicurezza civile e militare cantonale, è emersa con forza la necessità di maggiori mezzi, soprattutto umani, per eseguire con regolarità tutti i controlli previsti dalla legge. Una richiesta che, sebbene appaia doverosa e urgente dopo la catastrofe, arriva purtroppo a cose fatte e non cancella le responsabilità pregresse.
Le posizioni politiche e il nodo delle responsabilità cantonali
Il caso di Crans-Montana, mentre la procura prosegue le indagini, ha inevitabilmente varcato i confini locali, inserendosi anche nel dibattito politico più ampio sulla sicurezza. L’europarlamentare Alberico Gambino, durante una sessione plenaria a Strasburgo, ha sottolineato come rafforzare la difesa e la prevenzione non significhi affatto rinunciare alla diplomazia, in un intervento che, seppur generico, riflette la sensibilità crescente verso tali tematiche. A livello cantonale, intanto, si attende di capire se l’azione della procuratrice Pilloud si estenderà anche agli enti pubblici, dato che l’attuale capo della sicurezza del Vallese, Stéphane Ganzer, è in carica solo da marzo 2025 e quindi non era al governo durante i fatti legati al malfunzionamento informatico. Diversa è la posizione del suo predecessore, Frédéric Favre, che al momento della débâcle tecnologica deteneva la carica e che attualmente non si è ancora espresso pubblicamente sulle nuove rivelazioni.
Le parti civili e la richiesta di chiarezza
A chiedere che la vicenda sia trattata con chiarezza e rigore sono, in prima persona, i familiari delle vittime, alcuni dei quali sono rappresentati legalmente dall’ex garante comunale che si dimise con clamore dal suo incarico nel 2022. Questi, passato dall’altra parte della barricata, oggi lavora come avvocato e sostiene apertamente le famiglie, incarnando con la sua stessa storia professionale le profonde contraddizioni e i possibili conflitti di interesse che potrebbero aver caratterizzato la gestione della sicurezza prima della sciagura. La sua presenza nel procedimento rafforza la determinazione dei parenti nel voler arrivare a una verità giudiziaria che sia la più completa possibile, al di là delle semplici giustificazioni tecniche o economiche addotte in sede di interrogatorio.




