Addio a Gianni Berengo Gardin, il fotografo che ha raccontato l’Italia con etica e poesia

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si è spento mercoledì, a 94 anni, Gianni Berengo Gardin, uno dei maestri della fotografia italiana del Novecento, la cui opera ha attraversato decenni di storia sociale e culturale del Paese. Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930 da padre veneziano e madre svizzera, aveva iniziato a scattare negli anni Cinquanta, sviluppando uno stile inconfondibile, legato al bianco e nero e a un’attenzione per l’umanità che andava oltre il semplice documento visivo.

Le sue immagini, pubblicate su testate come “Il mondo”, “L’Espresso”, “Time” e “Stern”, hanno raccontato un’Italia in trasformazione, con uno sguardo capace di coniugare etica ed estetica. Non si limitava a immortalare la realtà, ma la interrogava, restituendo storie che parlavano di lavoro, marginalità, resistenza. Tra i suoi progetti più significativi, quello realizzato negli anni Novanta per l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, sfociato nella monografia "La vita nonostante", dove la malattia era narrata senza retorica, ma con una dignità che diventava testimonianza collettiva.

Con oltre 260 libri pubblicati e centinaia di mostre in tutto il mondo, Berengo Gardin ha lasciato un’eredità monumentale, fatta non solo di numeri ma di un approccio alla fotografia che mescolava rigore e passione. La sua macchina fotografica, come amava ripetere, era uno strumento per “vedere”, non solo per “guardare”. E se il suo nome è legato a icone del reportage, ciò che colpiva di lui – al di là dei riconoscimenti – era la curiosità mai sopita, quella stessa che lo portava, ottantenne, a percorrere ancora le strade con la Leica al collo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.