Gianni Berengo Gardin, il fotografo che raccontò l'Italia senza retorica

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notizia della morte di Gianni Berengo Gardin, spentosi a Genova a 94 anni, ha riacceso i riflettori su una carriera che ha attraversato il Novecento lasciando un patrimonio di oltre due milioni di negativi. Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, Berengo Gardin ha saputo cogliere, con il suo obiettivo, l’essenza di un’Italia in trasformazione, senza mai cedere alla tentazione dell’estetismo fine a sé stesso. «Si definiva un artigiano, non un artista», ricorda Cosimo Petretti, presidente del Circolo Fotografico Sannita, che lo premiò a Benevento.

Quella di Berengo Gardin era una fotografia fatta di incontri, spesso casuali, ma sempre significativi. Come quando, nel 2006, realizzò un calendario con Edelfa Chiara Masciotta, Miss Italia 2005, immortalando i luoghi simbolo di Torino. «Lavorare con lui è stato un privilegio raro», ha detto Masciotta, ricordando come quel progetto fosse nato quasi per caso, ma avesse finito per cristallizzare un dialogo tra la città e chi la abitava.

Non meno significativa fu la sua esperienza al Pilastro di Bologna, dove nel 2010 accettò l’invito della Fondazione del Monte per un reportage nel quartiere San Donato. Entrò nelle case della gente comune, fotografando famiglie che spesso non sapevano neppure chi fosse. Un approccio discreto, lontano dai riflettori, che gli permise di catturare frammenti di vita quotidiana con una sincerità rara. Già nel 1993, del resto, aveva fissato su pellicola gli interni dello studio di Giorgio Morandi, restituendo, attraverso il bianco e nero, la poesia degli oggetti e delle ombre che popolavano l’universo del pittore.

La sua carriera non fu immune da polemiche. Memorabile lo scontro con l’allora sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, che nel 2015 censurò la sua mostra "Venezia e le Grandi Navi", rimandandone l’inaugurazione "sine die". Un episodio che, come racconta Alessandra Mammì, riemerge oggi tra i ricordi di chi lo ha conosciuto: «Mi riporta a Milano, a un pomeriggio di una decina di anni fa, quando lo intervistai per l’Espresso».

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