Addio a Sebastião Salgado, il fotografo che ha raccontato la terra e i suoi ultimi
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sebastião Salgado, il maestro del bianco e nero che ha saputo trasformare la fotografia in un atto di denuncia e poesia, è morto a 81 anni. Nato nel Minas Gerais, in Brasile, Salgado ha attraversato il mondo con la sua macchina fotografica, catturando non solo immagini, ma storie. Quelle dei minatori di Serra Pelada, dei profughi del Ruanda, dei contadini senza terra che, nel 1996, occuparono la piantagione di Cuiabá, sulle rive del fiume São Francisco. Una sua foto, scattata il giorno in cui fu concessa l’espropriazione, li ritrae con i forconi alzati, le mani sollevate, tra risa e lacrime. Un attimo di gioia pura, fermato per sempre.
«I bambini e gli anziani mi hanno sempre colpito», aveva detto una volta, spiegando che in loro vedeva una stessa vulnerabilità. «Gli uni perché non sanno ancora, gli altri perché non possono più». Nei suoi scatti, ha raccontato guerre, migrazioni, povertà, senza mai cadere nella retorica. Le sue immagini, spesso crudeli, erano sempre cariche di dignità. Eppure, dopo aver documentato il genocidio dei Tutsi, era rimasto così segnato da pensare di abbandonare la fotografia. Fu allora che, insieme alla moglie Lélia Deluiz Wanick, decise di dedicarsi a un progetto ambizioso: riforestare la terra devastata della sua infanzia.




