Addio a Sebastião Salgado, il fotografo che raccontò la resistenza dell'uomo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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«Salgado è morto, non ci posso credere!». Steve McCurry, uno dei più celebri fotografi contemporanei, reagisce così alla notizia della scomparsa dell’amico e collega Sebastião Salgado, spentosi a Parigi a 81 anni. Tra i due, oltre a un’amicizia decennale, c’era una condivisione profonda: non solo l’estetica in bianco e nero, ma una visione etica che trasformava ogni scatto in un atto di testimonianza.
Nato nello Stato di Minas Gerais nel 1944, Salgado ha attraversato il mondo con la sua macchina fotografica, documentando conflitti, migrazioni e lotte sociali, senza mai cedere al sensazionalismo. Le sue immagini, spesso cariche di un dolore solenne, mostravano ciò che altri evitavano di guardare: la fatica dei minatori brasiliani, gli sguardi dei rifugiati, la devastazione ambientale. Quella stessa devastazione che, in un capitolo cruciale della sua vita, provò a contrastare.
Dopo aver vissuto l’orrore del genocidio in Ruanda – un’esperienza che lo segnò profondamente – Salgado tornò in Brasile con un progetto ambizioso: riportare in vita la foresta atlantica nella tenuta di famiglia, ormai ridotta a terra sterile. Insieme alla moglie Lélia Wanick, creò l’Instituto Terra, che in vent’anni ha piantato oltre due milioni di alberi, dimostrando che la rinascita è possibile. Quella storia, raccontata nel documentario Il sale della Terra (2015) diretto da Wim Wenders e dal figlio Juliano, è forse la sua eredità più duratura.
Ma è attraverso le sue fotografie che Salgado ha lasciato un segno indelebile. Come quella scattata nel 1996, quando ritrasse i contadini del Movimento dos Sem Terra in festa dopo l’esproprio della piantagione di Cuiabá: pugni alzati, sorrisi smaglianti, la gioia di chi ha lottato e vinto. Immagini che, oggi più che mai, sembrano gridare una verità semplice eppure dimenticata: resistere non è solo possibile, è necessario.




