Morto Sebastião Salgado, il fotografo che ha raccontato l'umanità con la luce dei maestri
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Redazione Cultura e Spettacolo
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«Salgado è morto, non ci posso credere!». Steve McCurry, tra i più celebri fotografi contemporanei, reagisce così alla notizia della scomparsa dell’amico e mentore, avvenuta a Parigi all’età di 81 anni. Quella tra i due non era solo una relazione professionale, ma un legame costruito su una visione condivisa: l’arte come strumento di denuncia, la fotografia come testimonianza irriducibile.
Sebastião Salgado, nato in Brasile nel 1944, aveva iniziato la sua carriera come economista, lavorando per il ministero delle Finanze del suo Paese e per l’Organizzazione mondiale del caffè. Solo a trent’anni, quasi per caso, aveva scoperto la fotografia, abbandonando i grafici e le statistiche per immergersi in un bianco e nero che avrebbe segnato la storia dell’immagine. Autodidatta, si era formato studiando i grandi pittori – Rembrandt in particolare – cercando nelle loro tele quella luce che avrebbe poi trasferito nelle sue foto.
«I bambini e i vecchi mi hanno sempre colpito», aveva confessato una volta. «C’è in loro una stessa vulnerabilità, la stessa inconsapevolezza di fronte al caos del mondo». Nei suoi scatti, infatti, non c’era spazio per l’estetizzazione del dolore: solo la crudezza di un’esistenza sospesa tra guerre, migrazioni e povertà. Le sue serie più celebri, come Workers o Genesis, sono un viaggio senza filtri attraverso le ferite del pianeta, quelle inflitte dall’uomo e quelle subite da una natura sempre più violata.
Anche l’ambiente, del resto, era diventato una sua battaglia. Insieme alla moglie Lélia Wanick aveva fondato l’Instituto Terra, progetto di riforestazione nella regione di Minas Gerais, dimostrando che l’impegno civile poteva tradursi in azione concreta. «Non basta documentare», ripeteva. «Bisogna fare qualcosa».




