Il giorno in cui il Medio Oriente ha chiuso i battenti: cieli off limits e migliaia di passeggeri bloccati, tra cui centinaia di italiani
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La rappresaglia iraniana, scattata all'indomani dell'offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica, non ha solo portato il fragore delle esplosioni nei cieli del Golfo, ma ha anche materialmente fermato il tempo, o per lo meno il traffico aereo su una delle regioni piú strategiche e nevralgiche del pianeta. Non è stata una semplice chiusura temporanea di qualche rotta, bensí il blocco quasi totale di intere autostrade celesti, con conseguenze a catena che hanno travolto compagnie aeree e viaggiatori, trasformando aeroporti un tempo simboli di efficienza e modernità in trappole dorate piene di migliaia di persone in attesa, nel caos piú totale, di capire quando e se sarebbero mai ripartite.
Mentre i missili cadevano e le difese antiaeree dei vari Paesi tentavano di intercettare gli ordigni in arrivo — si parla di 137 missili balistici e 209 droni solo verso gli Emirati Arabi Uniti, secondo quanto reso noto dal ministero della Difesa locale — la priorità per i governi dell'area è stata immediatamente quella di mettere in sicurezza i propri cieli. Iraq, Iran, Israele, Siria, Kuwait e gli stessi Emirati hanno optato per la chiusura, parziale o totale, degli spazi aerei, lasciando i piloti in alta quota senza indicazioni chiare e costringendo decine di velivoli già in volo a tornare indietro o a cercare scali alternativi dove atterrare in emergenza. Il colpo, per l'aviazione civile, è stato durissimo: secondo la società di analisi Cirium, dei circa 4.200 voli previsti in arrivo in Medio Oriente nella sola giornata di sabato, quasi uno su quattro è stato cancellato, e le ripercussioni si sono fatte sentire ben oltre i confini regionali, con vettori come Air France, Lufthansa, Turkish Airlines e Delta costretti a sospendere o ridurre drasticamente le proprie operazioni verso Tel Aviv, Dubai, Doha e Amman, in un effetto domino che ha generato oltre 19.000 ritardi in tutto il mondo.
E in questo scenario di paralisi, l’occhio dei media italiani si è inevitabilmente concentrato sulla sorte dei connazionali sorpresi dagli eventi lontano da casa. Non si è trattato solo del caso del ministro della Difesa, Guido Crosetto, bloccato con la famiglia a Dubai dopo una vacanza e impossibilitato a rientrare a Roma a causa della sospensione dei voli di molte compagnie europee, una notizia che ha fatto rapidamente il giro delle agenzie. La vera emergenza, forse meno immediata sul piano politico ma non per questo meno drammatica per i diretti interessati, riguardava centinaia di altri italiani, spesso giovanissimi e senza adulti di riferimento, rimasti letteralmente a terra. Duecento e quattro studenti delle scuole superiori, partecipanti a un progetto di simulazione diplomatica dell’Onu organizzato dall’associazione World Student Connection, si sono ritrovati bloccati a Dubai, lontani dalle proprie famiglie, con il rientro previsto per domenica mattina improvvisamente sfumato e spostato prima a data da destinarsi e poi, stando alle prime comunicazioni, al 3 marzo.
La tensione, in quelle ore, è stata palpabile. Una madre, intervistata mentre aspettava notizie del figlio sedicenne dell’istituto tecnico “Calvi” di Padova, raccontava l’ansia e l’impotenza di chi segue da lontano l’evolversi di un conflitto che, fino a pochi giorni prima, sembrava lontano e che ora teneva in ostaggio i propri ragazzi. A loro si sono aggiunti anche turisti, comitive, croceristi diretti a Doha e persino volti noti come l’ex pallavolista Ivan Zaytsev, che dai social descriveva un’atmosfera pesante, fatta di esplosioni udite a distanza e del rumore assordante dei caccia in intercettazione. La paura, del resto, non era infondata: le televisioni di Stato iraniane hanno mostrato colonne di fumo nero alzarsi dall’area portuale di Jebel Ali, a Dubai, dove i detriti di un missile intercettato hanno innescato un incendio, e l’aeroporto internazionale di Dubai è stato confermato essere stato uno degli obiettivi colpiti, con almeno quattro feriti lievi registrati dalle autorità locali a causa dell’impatto di alcuni frammenti.
L’attacco agli emirati e il conto delle vittime
La rappresaglia lanciata da Teheran, che fonti militari hanno ribattezzato “Operazione Promessa Veritiera 4”, non si è limitata a un avvertimento simbolico. Oltre alle infrastrutture civili come i terminal aeroportuali, l’ondata di missili e droni ha preso di mira obiettivi sensibili in tutto il Golfo, cercando di colpire gli alleati di Israele e Stati Uniti dove sono piú vulnerabili. In Bahrein, le esplosioni hanno interessato la base navale che ospita la Quinta Flotta americana, mentre in Qatar, nella base aerea di Al Udeid — la piú grande installazione militare statunitense nell’area — sono stati contati 65 missili lanciati dai pasdaran, gran parte dei quali intercettati, ma con un bilancio di otto feriti, uno in condizioni critiche. Il governo di Abu Dhabi, nel confermare l'attacco, ha diffuso dati impressionanti sull'entità dell'offensiva, spiegando che 132 dei 137 missili balistici diretti contro il proprio territorio sono stati abbattuti, mentre quattordici droni sono comunque caduti all'interno dei confini nazionali, causando danni collaterali minori ma sufficienti a diffondere il panico tra la popolazione. A pagare il prezzo piú alto, però, sono stati i civili: ad Abu Dhabi, un lavoratore pakistano ha perso la vita a causa della caduta di detriti, mentre nello stesso Emirato si registravano altri sette feriti. Un bilancio che sale a due morti complessivi nell’area, considerando anche la vittima accertata nella capitale emiratina, e che aggrava ulteriormente il clima di paura in una regione abituata da decenni a essere percepita come un’oasi di stabilità e affari piuttosto che un teatro di guerra.
La macchina dei soccorsi in tilt e i dilemmi dei rientri
Mentre i cieli restavano off limits e le compagnie correvano ai ripari cancellando voli a raffica — Syrian Air e Wizz Air hanno sospeso tutte le operazioni, Norwegian ha bloccato le partenze per Dubai fino al 4 marzo, e Austrian Airlines ha fatto sapere che non volerà su Tel Aviv almeno fino al 7 — l’emergenza umanitaria per i turisti e i viaggiatori bloccati diventava sempre piú complessa da gestire. Le autorità degli Emirati Arabi, in un tentativo di arginare il caos, hanno annunciato che lo Stato si sarebbe fatto carico delle spese di vitto e alloggio per tutti i passeggeri rimasti a terra, stimati in circa 20.200 persone solo negli aeroporti emiratini, una misura straordinaria che testimonia la portata dell'emergenza. Per i 204 studenti italiani, rassicurati dalla presenza costante dei tutor ma inevitabilmente preoccupati per la sorte dei loro programmi, la prospettiva di una permanenza forzata in albergo si allungava di ora in ora, nell’attesa che la Farnesina e le compagnie aeree riuscissero a trovare una finestra utile per il rimpatrio. Una finestra che, però, appariva subordinata non a questioni burocratiche, ma all’evolversi di un conflitto che, con la chiusura dello stretto di Hormuz minacciata dall’Iran, rischiava di avere ripercussioni devastanti non solo sulla viabilità aerea, ma sull’intero commercio energetico mondiale.




