La chiusura degli spazi aerei in medio oriente paralizza il traffico aereo globale

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’escalation militare innescata dagli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele in Iran, con il presidente Donald Trump che ha confermato l’avvio di quelle che ha definito “operazioni di combattimento maggiori”, ha provocato un effetto a catena senza precedenti sull’aviazione civile internazionale. La risposta iraniana, concretizzatasi in lanci di missili e droni, ha costretto le autorità dell’aviazione di ben dieci paesi, tra cui Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Arabia Saudita e Iraq, a dichiarare la chiusura totale o parziale dei rispettivi spazi aerei, una misura precauzionale adottata per scongiurare rischi per i voli di linea. Nel giro di poche ore, due degli snodi nevralgici per i collegamenti tra Europa, Asia e Oceania, ovvero Dubai e Doha, si sono di fatto fermati, creando un ingorgo logistico che si riverbera su scala mondiale.

La sospensione delle operazioni negli hub di Dubai International, Abu Dhabi e Hamad International di Doha, che insieme movimentano quotidianamente centinaia di migliaia di passeggeri in transito, ha mandato in tilt le rotte a lungo raggio. Le compagnie aeree, dai vettori del Golfo come Emirates e Qatar Airways ai colossi europei, si sono trovate costrette a cancellare migliaia di collegamenti. Air France, come riportato dall’emittente BFM TV, ha esteso la sospensione dei voli per Tel Aviv, Beirut, Dubai e Riad fino al 5 marzo, subordinando la ripresa a una costante rivalutazione delle condizioni di sicurezza nelle destinazioni. Parallelamente, il gruppo Lufthansa e la tedesca Lufthansa hanno bloccato i collegamenti verso Tel Aviv, Beirut, Amman e Teheran almeno fino al 7 marzo, mentre ITA Airways ha optato per misure analoghe sospendendo i voli per Tel Aviv e, per ragioni operative, anche quelli per Dubai. Il vettore britannico British Airways, da parte sua, ha offerto la possibilità di modificare il volo senza penali o richiedere un rimborso per le tratte da e per Abu Dhabi, Doha, Dubai e Tel Aviv.

La gestione dell'emergenza da parte dei tour operator e le contromisure delle low cost

Nel caos generale, i grandi gruppi turistici stanno cercando di tamponare l’emergenza per assistere i propri clienti rimasti a terra. Quality Group, attraverso il direttore commerciale Marco Peci, ha fatto sapere di aver attivato tutte le procedure necessarie per garantire il rientro in Italia dei viaggiatori bloccati negli Emirati e in altre destinazioni orientali, assicurando che il rimpatrio della maggior parte di essi dovrebbe completarsi nell’arco di due o tre giorni. Sul fronte delle compagnie aeree low cost, Wizz Air ha comunicato il potenziamento della capacità su Sharm El Sheikh a partire dal 6 marzo, con voli aggiuntivi da Budapest, Roma Fiumicino, Londra Luton, Milano Malpensa e Sofia, una mossa studiata per offrire alternative a chi cerca di lasciare l’area o per riposizionare i propri mezzi. La compagnia ungherese ha comunque ribadito la sospensione dei collegamenti da e per Israele, Dubai, Abu Dhabi, Amman e l’Arabia Saudita fino al 7 marzo incluso, una decisione che interessa migliaia di passeggeri che avevano programmato viaggi in quelle date.

L’impatto sistemico sull'aviazione e le rotte alternative

La portata dell’interruzione è tale che gli analisti del settore parlano di uno shock paragonabile, per intensità, solo ai periodi di chiusura legati alla pandemia. La sovrapposizione degli spazi aerei chiusi, che include anche nazioni come Giordania, Siria e Bahrein, ha di fatto interrotto i corridoi tradizionalmente utilizzati dai voli che collegano l’Asia all'Europa e agli Stati Uniti. I vettori sono ora costretti a pianificare rotte alternative molto più lunghe, che aggirano la penisola arabica via Oman o che si addentrano nel corridoio del Caucaso, con un conseguente aumento dei tempi di volo che può variare dalle due alle cinque ore. Questo prolungamento comporta un maggior consumo di carburante e, di riflesso, un incremento dei costi operativi che, prevedibilmente, si tradurrà in un rincaro dei biglietti aerei per i prossimi mesi. Il sito di tracking Flightradar24 mostra chiaramente i cieli di Iran, Iraq, Israele e dei paesi del Golfo quasi completamente vuoti, una circostanza che interrompe catene di rotazione di flotte ed equipaggi, con aerei e piloti che si trovano bloccati in aeroporti diversi da quelli di base, complicando ulteriormente la ripresa delle operazioni una volta che le ostilità cesseranno.

Conseguenze economiche e danni collaterali agli scali

A complicare il quadro, si aggiungono le notizie di danni diretti ad alcune infrastrutture aeroportuali. Durante le fasi di intercettazione dei droni, l’aeroporto internazionale di Abu Dhabi Zayed ha subito l'impatto di detriti che hanno causato la morte di una persona e il ferimento di altri sette tra personale e viaggiatori; anche il concourse dell’aeroporto di Dubai International ha riportato danni strutturali, con quattro dipendenti rimasti feriti. Questi episodi, sebbene circoscritti, hanno inasprito le misure di sicurezza e allungato i tempi di una possibile riapertura. L’effetto immediato è sotto gli occhi di tutti: centinaia di migliaia di passeggeri sono sparpagliati in aeroporti di tutto il mondo, dalle aree di transito del Sud-est asiatico ai terminal europei, in attesa di notizie e di una soluzione logistica che appare, al momento, di complessa realizzazione a causa dell’elevato numero di voli cancellati e della scarsità di posti disponibili sulle poche tratte ancora operative. Il prezzo del petrolio, intanto, ha subito un’impennata sui mercati, toccando i 75 dollari al barile per il West Texas Intermediate, un fattore che graverà ulteriormente sui bilanci delle compagnie aeree e, in ultima analisi, sulle tasche dei viaggiatori.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.