Un accordo che apre un nuovo fronte: il Somaliland come pedina nel conflitto allargato

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La scacchiera mediorientale si allarga, inevitabilmente, verso il Corno d’Africa, trascinando con sé due continenti e tre mari in una dinamica di tensione che da tempo era stata prevista ma che solo ora, con l’escalation militare, rivela la sua geometria variabile. Israele, muovendosi silenziosamente sullo scacchiere internazionale, ha scelto il 26 dicembre 2025 per compiere una mossa che, seppur di natura diplomatica, ha il peso specifico di una rappresaglia: il riconoscimento del Somaliland, territorio che da decenni si è autoproclamato indipendente dalla Somalia. Quest’ultima, che non ha mai riconosciuto Israele quale Stato sovrano, si è vista così rispondere colpo su colpo, con una decisione che a Tel Aviv sanno bene essere un’ancora di salvezza geopolitica per i propri interessi.

L’asse Houthi e la posta in gioco di Bab el-Mandeb

Mentre il mondo tiene gli occhi puntati sullo Stretto di Hormuz, è un altro snodo marittimo, forse ancor più vulnerabile, a costituire il vero punto di pressione in questo conflitto che ormai sfiora l’incendio regionale. Bab el-Mandeb, la “porta delle lacrime” che collega il Mar Rosso al golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano, rappresenta una via di transito essenziale per il commercio globale; una sua chiusura, o anche solo una sua messa in pericolo sistematica, potrebbe strozzare l’economia mondiale, esponendola a quei rischi strutturali – instabilità politica, minacce armate, tensioni geostrategiche – che da anni la rendono una delle rotte più pericolose. Da giorni, sui giornali si legge che gli Houthi sono entrati nel conflitto, un’affermazione che trova la sua conferma più concreta nei lanci di missili da crociera e droni, avvenuti appena due giorni fa, contro il territorio israeliano.

Gli Ansar Allah, custodi armati di uno snodo strategico

Sono gli Ansar Allah, i “Partigiani di Dio” yemeniti, a detenere la chiave di questo passaggio. Fin dall’inizio della guerra civile in Yemen, gli Houthi – spesso descritti come i “fratelli minori” dell’asse iraniano – hanno costruito, con pazienza e con l’armamento fornito da Teheran, una posizione di forza che non è soltanto militare, ma anche di rendita strategica. Essere i custodi di Bab el-Mandeb, infatti, concede loro una capacità di ricatto incommensurabile: una leva che usano con crescente frequenza per elevare la posta in gioco in un conflitto, quello con Israele, che li vede schierati al fianco degli alleati filo-iraniani. Non solo missili, dunque, ma anche la minaccia implicita di interrompere il flusso di petrolio e merci che attraversa quello che gli esperti definiscono uno dei colli di bottiglia più critici per l’economia globale.

Un’oscillazione pericolosa tra diplomazia e guerra

La mossa israeliana sul Somaliland non è quindi un atto isolato, ma si inserisce in questa precisa partita a scacchi. L’obiettivo è contrastare l’influenza che, attraverso gli Houthi, l’Iran proietta verso il Mar Rosso, tentando di aprire un fronte diplomatico in un’area – il Corno d’Africa – storicamente complessa e frammentata. La Somalia, che considera il Somaliland una delle sue repubbliche federate, si trova ora a dover gestire una crisi di sovranità aggravata dall’ingerenza esterna, mentre Israele, forte del riconoscimento, ottiene un potenziale punto d’appoggio in una regione strategica. L’intreccio tra i due teatri, quello mediorientale e quello africano, rende l’attuale fase di conflitto particolarmente insidiosa: lo stretto di Bab el-Mandeb, su cui gli Houthi hanno il coltello dalla parte del manico, diventa così il punto di convergenza di tensioni che rischiano di invischiare tre regioni in un unico, pericoloso fronte.

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