Gli Houthi entrano nel conflitto: primo missile verso Israele mentre il Pentagono valuta il rinvio di nuovi soldati

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A quattro settimane dall’inizio delle operazioni congiunte tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il fronte sud-occidentale si è ufficialmente aperto con l’ingresso in guerra del movimento Houthi. Nella notte tra venerdì e sabato, le forze armate yemenite hanno rivendicato il lancio di una salva di missili balistici diretti verso il territorio israeliano; un attacco che, sebbene non abbia provocato vittime grazie all’intercettazione da parte del sistema di difesa aerea israeliano, segna un’escalation significativa in un conflitto che sta ridefinendo gli equilibri dell’intera regione. La scelta di colpire il Sud di Israele rappresenta l’atto formale con cui gli Houthi, da tempo allineati con Teheran, trasformano la loro storica retorica anti-israeliana in una partecipazione diretta alle ostilità, portando il peso della loro artiglieria a supporto dell’Asse della Resistenza.

Il movimento Ansar Allah: tra ideologia sciita e controllo delle rotte

Per comprendere la portata di questa mossa, è necessario osservare la natura del movimento Houthi, noto ufficialmente come Ansar Allah, ovvero “Partigiani di Dio”. Nato nei primi anni Novanta nelle regioni settentrionali dello Yemen, in particolare nel governatorato di Sa’ada, questo gruppo affonda le sue radici nella corrente sciita zaydita, una branca minoritaria dell’Islam che per decenni ha subito una progressiva emarginazione politica ed economica nel paese a maggioranza sunnita. Approfittando del caos seguito alla primavera araba del 2011 e del conseguente collasso dello stato yemenita, il gruppo ha consolidato il proprio controllo sulle aree più densamente popolate, evolvendosi da milizia tribale a potente attore geopolitico. Questa trasformazione è stata possibile anche grazie al sostegno decisivo dell’Iran, che ha fornito a questi ribelli non solo assistenza finanziaria, ma anche tecnologie sofisticate: missili balistici e droni che oggi ne fanno una minaccia concreta per le rotte marittime internazionali.

Il peso strategico del Mar Rosso e le valutazioni del Pentagono

La decisione degli Houthi di entrare in campo non è certo improvvisata; già durante la guerra a Gaza, il movimento aveva dimostrato la propria capacità di influenzare l’economia globale colpendo navi commerciali nel Mar Rosso e nello stretto di Bab al-Mandab, costringendo le principali compagnie di navigazione a modificare le rotte. Tuttavia, la situazione attuale si colloca in un quadro di tensione molto più ampio. Mentre gli Houthi alzano il tiro, il Pentagono sta valutando un significativo rafforzamento della propria presenza in Medio Oriente. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, gli Stati Uniti potrebbero schierare ulteriori 10.000 soldati nell’area, portando il contingente complessivo a circa 17.000 unità. Si tratterebbe, secondo le analisi militari, di un numero di effettivi insufficiente per un’invasione su vasta scala, ma certamente adeguato per operazioni mirate: come il sequestro di porzioni di territorio strategico, la messa in sicurezza dei siti di stoccaggio dell’uranio iraniano o il tentativo di prendere il controllo di isole chiave nel Golfo Persico, fondamentali per il controllo dello Stretto di Hormuz.

L’attacco alla base di Prince Sultan e il quadro regionale

Sullo sfondo di queste mosse diplomatiche e militari, il quadro degli scontri si è intensificato ulteriormente con un attacco diretto contro le forze americane. Un’azione missilistica iraniana ha preso di mira la base aerea Prince Sultan, situata in Arabia Saudita, ferendo almeno dodici soldati statunitensi. Tra questi, due sarebbero rimasti gravemente feriti, mentre alcuni velivoli da rifornimento presenti sull’aeroporto militare hanno riportato danni. L’attacco alla base saudita rappresenta un allargamento geografico del conflitto che coinvolge direttamente le monarchie del Golfo, accusate da Teheran di fungere da piattaforma logistica per i raid americani. In questo contesto di crescente frammentazione, il presidente Donald Trump – attualmente alla Casa Bianca – sembra però voler mantenere una doppia traccia, preferendo per il momento la via diplomatica al dispiegamento massiccio di truppe da terra, mentre i riflettori internazionali restano puntati su come gli Houthi intenderanno sfruttare questa nuova capacità di fuoco nel corso dei prossimi giorni.

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