Sileoni attacca le banche: «Utili per 110 miliardi, ma il 70% va agli azionisti. Ora tocca ai lavoratori»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Si è aperto a Milano il 130esimo Consiglio nazionale della Fabi, e il segretario generale del sindacato, Lando Maria Sileoni, non ha usato giri di parole nel tracciare il quadro di un settore che, a suo dire, ha dimenticato la propria funzione sociale. L’occasione, come riportato da fonti sindacali e agenzie di stampa, è stata la relazione introduttiva di un confronto che riunisce banchieri, vertici sindacali e rappresentanti delle istituzioni, chiamati a delineare le coordinate del comparto creditizio nei prossimi anni, tra rinnovi contrattuali e ridefinizione delle politiche di sostegno al risparmio.

Il leader della Fabi ha snocciolato dati che fotografano una redditività senza precedenti: dal 2022 al 2025, le banche italiane hanno accumulato utili per oltre 110 miliardi di euro. Nel solo 2025, ha precisato Sileoni, i primi cinque istituti di credito hanno chiuso il bilancio con 27 miliardi di utile, segnando una crescita del 16% rispetto all’anno precedente. Una corsa agli utili che, secondo il sindacato, non ha trovato corrispondenza né in un aumento dei prestiti a famiglie e imprese — ancora crescenti a fatica di pochi punti percentuali — né in una riduzione dei tassi applicati, che nonostante i tagli della Bce restano elevati a causa degli spread.

La finanziarizzazione del settore e il costo del lavoro fermo

Il ragionamento di Sileoni si è concentrato sulla destinazione di questi profitti straordinari. «I costi operativi, e tra questi il costo del lavoro, sono fermi se non in calo, mentre ricavi e utili continuano a crescere», ha dichiarato. Il segretario Fabi ha sottolineato come ogni bancario, in media, produca un valore aggiunto per la propria banca pari a quattro volte il suo costo, a dimostrazione che le risorse per aumentare i salari ci sarebbero senza intaccare i profitti.

Eppure, ha aggiunto, la strada intrapresa dagli istituti è un'altra. «Il capitale è solido in tutto il sistema, le sofferenze sono ai minimi storici. E allora gli utili finiscono per il 70-80% in tasca agli azionisti. Enormi dividendi che vanno per lo più ai grandi fondi internazionali». Una dinamica che Sileoni ha definito come una «finanziarizzazione spinta del settore», in cui si lavora prevalentemente per far salire i titoli in Borsa e pagare cedole sempre più alte, perdendo di vista il ruolo delle banche come cinghia di trasmissione tra il risparmio e l'economia reale.

La piattaforma per il rinnovo contrattuale

L’intervento di Sileoni si inserisce in una fase calda per le relazioni industriali del comparto. Le sigle sindacali, tra cui Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin, hanno recentemente varato la piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale, che interessa decine di migliaia di lavoratori. La piattaforma, che dopo l'approvazione dei segretari generali passerà al vaglio delle assemblee dei lavoratori a partire dal mese di aprile, contiene richieste precise.

Sul piano retributivo, l’obiettivo è un aumento medio di 200 euro al mese, pari a un incremento del 6,5%. Ma la piattaforma non si limita agli aspetti salariali: i sindacati chiedono anche modifiche alla disciplina del Jobs Act in materia di licenziamenti, con la reintroduzione della reintegra in caso di licenziamento illegittimo, e l’introduzione del diritto alla disconnessione. Si punta insomma a un rinnovo che le stesse organizzazioni sindacali definiscono «a forte contenuto sociale», nella convinzione che le banche debbano mantenere e migliorare il loro ruolo di motore economico per famiglie e imprese.

Il confronto con Abi e le prospettive della trattativa

Il negoziato con l’Associazione bancaria italiana (Abi) entra ora nel vivo. Gli incontri preliminari, che hanno portato a due proroghe del contratto precedente in scadenza a dicembre, hanno impostato il confronto, ma la sostanza della trattativa deve ancora venire. Sullo sfondo, i dati record del settore rendono il confronto potenzialmente teso.

Un recente studio della Fabi aveva già certificato l’eccezionalità del triennio 2022-2024, con ricavi complessivi che hanno superato la soglia dei 110 miliardi, trainati dal margine di interesse dopo anni di tassi a zero. Una ritrovata centralità dell’attività creditizia che, paradossalmente, non si traduce in un maggior flusso di prestiti a condizioni agevolate. La qualità del credito, nel frattempo, rimane solida, con l’incidenza dei deteriorati netti sui prestiti all’1,5% e un tasso di copertura ben superiore alla media europea. Sono questi i numeri che i sindacati metteranno sul tavolo per chiedere una redistribuzione della ricchezza prodotta, mentre le banche dovranno confrontarsi con la necessità di mantenere alta la redditività per gli azionisti in un contesto di tassi in discesa.

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