Terna, un altro cda in arrivo sulla buonuscita da 7,3 milioni. E per Di Foggia lo stallo sulla presidenza Eni diventa totale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il braccio di ferro tra Palazzo Chigi e Giuseppina Di Foggia, l’amministratrice delegata uscente di Terna, non accenna a risolversi, anzi si infittisce di implicazioni tecniche e legali pronte a esplodere nei prossimi giorni. Fonti vicine alla società di gestione della rete elettrica hanno infatti riferito che, dopo il consiglio di amministrazione straordinario tenutosi nella giornata odierna, ne verrà convocato un altro a brevissimo, un ulteriore passaggio formale reso necessario dall’esigenza di approfondire la spinosa questione della richiesta – avanzata dalla manager – di un’indennità di fine mandato pari a 7,3 milioni di euro. La riunione di oggi, in realtà, non avrebbe ancora affrontato il merito del caso, limitandosi a registrare lo stato di tensione mentre l’orologio scorre inesorabile verso le scadenze che decideranno il futuro dell’alta dirigenza pubblica.

L’ultimatum di Chigi e le direttive del Mef che pesano come un macigno

La contesa, esplosa in tutta la sua virulenza dopo le precisazioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze nella serata di ieri, ruota attorno a un principio che il governo considera ormai inderogabile: nelle società partecipate dallo Stato, specialmente in caso di passaggio tra società infragruppo – e Terna ed Eni lo sono entrambe avendo Cdp come azionista di riferimento – le indennità per fine mandato vanno escluse. La nota del Mef, nel ricordare le direttive già fornite nel 2023 per limitare o escludere questi emolumenti, ha di fatto ribaltato la prospettiva, rendendo opaca se non illegittima la pretesa della manager. E la reazione di Palazzo Chigi non si è fatta attendere, assumendo i contorni di un aut aut categorico: rinunciare alla presidenza di Eni – ruolo per il quale era stata indicata dal governo – per incassare la buonuscita, oppure accettare il nuovo incarico lasciando definitivamente perdere i 7,3 milioni. Una scelta, quest’ultima, che non lascia spazio a compromessi e che Di Foggia, stando a quanto risulta, sembra non voler fare, almeno per il momento, spingendosi fino al punto di mettere a repentaglio la poltrona nel colosso energetico pur di non perdere la liquidazione.

I vincoli statutari e il conto alla rovescia delle assemblee

Se dal punto di vista politico il governo stringe i tempi, da quello formale a rendere il caso incandescente sono due date precise incise sul calendario societario. Il primo appuntamento cruciale è il 6 maggio, giorno dell’assemblea degli azionisti di Eni che dovrà eleggere il nuovo consiglio di amministrazione; affinché Di Foggia possa essere considerata eleggibile alla presidenza, come candidata espressa dal Mef, è necessario che si sia dimessa dall’incarico in Terna entro quella data. La seconda scadenza, il 12 maggio, riguarda invece l’assemblea di Terna che eleggerà il nuovo vertice, dove a succederle – secondo le indicazioni di Cdp – dovrebbe essere l’attuale amministratore delegato di Enav, Pasqualino Monti. Il meccanismo è quello, già sperimentato in casi analoghi, che ha portato un altro dirigente del Tesoro, Stefano Cappiello, a rassegnare le proprie dimissioni dal cda di Terna lo scorso 17 aprile proprio per evitare conflitti d’interesse in vista del suo approdo in Eni. Di Foggia, però, non sembra intenzionata a seguire questo copione, forte forse di un parere legale favorevole presentato durante il cda di venerdì scorso, un parere che il presidente Igor De Biasio ha però voluto integrare con ulteriori approfondimenti, dimostrando la fragilità della sua posizione.

La natura controversa di un’indennità che scotta

La somma in gioco – 7,3 milioni di euro – non è solo elevata, ma la sua stessa natura giuridica appare quantomeno dubbia agli occhi del Tesoro e degli osservatori. Secondo quanto ricostruito, l’indennità non verrebbe richiesta da Di Foggia tanto nella sua veste di amministratore delegato, quanto piuttosto in quella di direttore generale, un cavillo contrattuale che, a suo dire, la renderebbe legittima. Tuttavia, la direttiva Mef del 2023 è chiara nell’escludere questi compensi non solo per i vertici, ma in generale per gli incarichi che terminano per scadenza naturale o per dimissioni volontarie. A complicare ulteriormente il quadro, c’è poi lo statuto stesso di Terna – l’articolo 15.5 – che impedisce ai propri amministratori di ricoprire ruoli in altre società energetiche concorrenti, rendendo di fatto incompatibili i due ruoli. Ecco quindi che il tentativo di tenere in piedi entrambe le opzioni si infrange contro una realtà normativa che il governo, attraverso il ministro Giancarlo Giorgetti, ha voluto ribadire con una fermezza senza precedenti, dopo che lo stesso esecutivo aveva silurato i precedenti tentativi di buonuscite milionarie da parte di altri manager come Agostino Scornajenchi.

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