Criptovalute e minacce di morte: il ruolo di Pelaggi nella banca occulta

Criptovalute e minacce di morte: il ruolo di Pelaggi nella banca occulta
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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Zheng, ti faccio ammazzare»: è la minaccia pronunciata al telefono da Paolo Pelaggi, professionista crotonese ritenuto dagli investigatori la mente contabile di una banca clandestina riconducibile alla ’ndrangheta. La conversazione risale al 20 febbraio 2025 e si inserisce nell’inchiesta su un sistema finanziario illegale attivo nel Milanese, costruito attorno a fatture per operazioni inesistenti, trasferimenti internazionali di denaro e criptovalute. Al centro dell’indagine c’è una struttura che, dietro un’attività apparentemente lecita, avrebbe messo a disposizione servizi finanziari per soggetti coinvolti in evasione fiscale e narcotraffico.

Le telefonate e le pressioni sul referente cinese

Nel dialogo intercettato, Pelaggi contesta a Zheng il mancato rispetto degli accordi economici e pretende una consegna senza ulteriori ritardi. «Se io non ti do soldi tu non mi consegni più? Non un giorno di meno», afferma, prima di passare alla minaccia esplicita. Il tono della conversazione restituisce la pressione esercitata nei rapporti tra i soggetti coinvolti nel circuito finanziario clandestino, dove il rispetto delle scadenze e degli impegni economici assume un ruolo centrale. Il linguaggio usato nella telefonata non è quello di una normale controversia commerciale: il riferimento all'uccisione viene formulato direttamente, nel contesto di un rapporto segnato da richieste di denaro e consegne.

Il profilo del professionista calabrese comprende anche un precedente giudiziario: Pelaggi era già stato condannato nell'ambito del processo Aemilia, relativo alle infiltrazioni della ’ndrangheta in Emilia-Romagna. Questo elemento colloca il suo nome in un contesto investigativo già segnato da rapporti con la criminalità organizzata, senza che il precedente possa essere confuso con gli addebiti oggetto della nuova inchiesta. Il suo ruolo contabile è particolarmente rilevante per comprendere il funzionamento di una struttura che, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe gestito flussi finanziari e operazioni commerciali fittizie.

La società di autonoleggio e il circuito del riciclaggio

A Pero, nell'hinterland milanese, una società di autonoleggio avrebbe nascosto un istituto di credito illegale. La Guardia di Finanza dei comandi provinciali di Milano e Monza Brianza ha ricostruito un sistema nel quale le fatture per operazioni inesistenti sarebbero servite a movimentare capitali e a mascherarne la provenienza. Il valore delle fatturazioni contestate supera i 110 milioni di euro, mentre i trasferimenti verso l'estero ammonterebbero a circa 68 milioni, in parte convertiti in criptovalute. Le ipotesi investigative riguardano un meccanismo che avrebbe consentito di trasferire risorse tra diversi circuiti economici, offrendo una copertura contabile a denaro di origine illecita.

Le contestazioni non riguardano soltanto le frodi fiscali e il riciclaggio internazionale. L'inchiesta ipotizza anche collegamenti con il traffico di stupefacenti e altri reati, delineando una rete di interessi criminali che avrebbe utilizzato strumenti societari e finanziari per facilitare la circolazione dei capitali. L'attività investigativa è stata coordinata dalla Procura di Milano, con il coinvolgimento della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Gli accertamenti hanno portato all'esecuzione di misure cautelari e a sequestri patrimoniali, nell'ambito di un procedimento in cui le responsabilità individuali devono essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti.

Il precedente di Seveso e le informazioni riservate

Un precedente utile per inquadrare il fenomeno risale al 2014, quando l'operazione Tibet portò alla scoperta di una banca clandestina in un appartamento di Seveso. Secondo la ricostruzione investigativa, quella struttura riconducibile alla ’ndrangheta concedeva prestiti applicando interessi usurari del 20 per cento. L'indagine si concluse con 34 arresti e 30 condanne. Il caso mostrò come un circuito finanziario parallelo potesse affiancare alle attività di riciclaggio anche forme di credito illegale, creando rapporti economici fondati su condizioni particolarmente onerose per chi riceveva denaro.

Nel nuovo filone investigativo compare anche un dipendente del Tribunale di Milano, impiegato come autista dell'ufficio dei giudici per le indagini preliminari. L'uomo è accusato di accesso abusivo ai sistemi informatici della giustizia e di aver divulgato informazioni riservate agli appartenenti all'organizzazione. Tra gli elementi raccolti figura un foglio contenente i nomi degli indagati, estratto dal registro giudiziario e fotografato per essere condiviso con i vertici criminali. La contestazione riguarda quindi non soltanto la circolazione di denaro, ma anche il presunto accesso a dati giudiziari che avrebbero potuto fornire informazioni sulle attività investigative.

Per l'operazione nel Milanese, le misure cautelari sono state eseguite dalla Guardia di Finanza su disposizione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano. Le attività comprendono anche sequestri di beni e disponibilità finanziarie, mentre l'indagine punta a ricostruire i rapporti tra i soggetti coinvolti e i flussi economici attribuiti alla struttura. La posizione di ciascun indagato resta soggetta alle valutazioni dell'autorità giudiziaria.

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