Criptovalute e minacce di morte: così Pelaggi guidava la banca della 'ndrangheta
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
«Zheng, io sto aspettando te che mi dai qualche buona notizia. Se io non ti do soldi tu non mi consegni più? Non un giorno di meno. Una giornata sai che succede a te… Zheng, ti faccio ammazzare». Il 20 febbraio 2025 Paolo Pelaggi, crotonese già condannato nel processo Aemilia e ritenuto dagli investigatori la mente contabile di una banca clandestina della 'ndrangheta, perde la pazienza al telefono con il suo interlocutore cinese. La conversazione, finita agli atti dell'inchiesta, mostra come tra criptovalute e minacce di morte si muovesse il denaro di un sistema che andava ben oltre la semplice attività finanziaria abusiva.
Una banca clandestina al servizio di più mafie
L'operazione della Guardia di Finanza di Milano, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, ha portato a 30 misure cautelari e al sequestro di beni per 21 milioni di euro. Gli inquirenti descrivono «un complesso intreccio di attività economiche illecite», realizzate per investire i profitti di un vasto traffico di stupefacenti, ma non solo, e per garantire al tempo stesso la sopravvivenza e il rafforzamento di importanti gruppi criminali legati a organizzazioni mafiose di diversa matrice. Per questo la definizione di «banca della 'ndrangheta» appare riduttiva: ai vertici del sistema c'erano un crotonese e un locrese, e l'inchiesta parla di una vera banca delle tre mafie.
Fatture false e denaro convertito in criptovalute
Il cuore operativo era una società di autonoleggio con sede a Pero, alle porte di Milano, dietro la quale funzionava una banca occulta a disposizione di evasori fiscali e narcotrafficanti. Secondo gli inquirenti la struttura ha emesso fatture per operazioni inesistenti per oltre 110 milioni di euro e ha trasferito all'estero circa 68 milioni, in parte convertiti in criptovalute. I finanzieri dei Comandi provinciali di Milano e di Monza Brianza hanno eseguito l'ordinanza cautelare firmata dal gip del Tribunale di Milano, che ha dato corpo a una ricostruzione fondata su intercettazioni e accertamenti bancari.
La talpa dentro il Tribunale di Milano
Tra gli elementi più delicati dell'indagine, secondo la ricostruzione riportata dal Corriere della Sera, c'è il ruolo di un dipendente del Tribunale: un autista dell'Ufficio dei giudici per le indagini preliminari, accusato di accesso abusivo ai sistemi informatici della giustizia e di rivelazione di informazioni coperte da segreto. Dal registro giudiziario avrebbe stampato un foglio con i nomi degli indagati, poi fotografato per farlo arrivare ai vertici dell'organizzazione criminale.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
