A Palermo si discute la beatificazione di Paolo Borsellino, a 33 anni dalla strage di via D’Amelio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Trentatré anni dopo l’attentato che uccise Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, il ricordo di quella strage – consumata il 19 luglio 1992 – non si è affievolito. Anzi, oggi si riaccende con una proposta inedita: quella di avviare il processo di beatificazione del magistrato, avanzata da don Massimiliano Purpura, cappellano della questura di Palermo. Una richiesta che, seppur simbolica, riporta l’attenzione su una pagina ancora aperta della lotta alla mafia, dove troppe domande restano senza risposta.

Quel pomeriggio di luglio, un’autobomba esplose davanti alla casa della madre di Borsellino, in via D’Amelio, pochi mesi dopo la strage di Capaci in cui perse la vita Giovanni Falcone. Due atti di una stessa guerra, voluti da Cosa Nostra per colpire lo Stato nel suo simbolo più alto: la giustizia. Agostino Catalano, Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli ed Eddie Walter Cosina, gli agenti al fianco del magistrato, morirono con lui, mentre le indagini successive avrebbero rivelato depistaggi, omissioni e verità nascoste.

A Coriano, oggi, si è tenuta la commemorazione ufficiale, con il sindaco Gianluca Ugolini e altre autorità locali riunite nella piazza intitolata a Borsellino lo scorso anno. Ma è a Palermo, dove la memoria delle stragi mafiose è una ferita ancora viva, che il dibattito si fa più acceso. La proposta di don Purpura, seppur lontana dall’essere formalizzata, solleva questioni complesse: può un magistrato, simbolo della lotta alla criminalità, diventare beato? E quale significato avrebbe, in un Paese dove la verità su quelle stragi è ancora parziale?

Intanto, le iniziative per non dimenticare si moltiplicano. Associazioni, scuole e istituzioni ripercorrono quei giorni, mentre documentari e inchieste – come quello di Speciale Tg1 sulle radici della mafia – riportano alla luce un passato che, per molti, è ancora presente. Quella di Borsellino e Falcone non è solo una storia di morte, ma di un’eredità che continua a interrogare: perché, nonostante i progressi, la mafia resiste? E cosa manca, ancora, per fare piena luce su quei delitti?

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