L’idrogeno verde, un entusiasmo ciclico che si scontra con la realtà degli investimenti

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Ogni scossa ai mercati energetici globali risveglia puntuale la febbre per l’idrogeno verde, e l’attuale fase – segnata da tensioni geopolitiche e fluttuazioni vertiginose del greggio – non ha fatto eccezione a questa regola non scritta. Tuttavia, a smorzare gli slanci trionfalistici ci pensa BloombergNef, la cui analisi più recente mette in luce un meccanismo ormai noto agli addetti ai lavori: l’interesse per questa vettura energetica, capace di alimentare fabbriche e mezzi pesanti senza emissioni dirette, tende a svanire con altrettanta rapidità non appena i prezzi di petrolio e gas tornano su livelli ritenuti accettabili. In sostanza, e qui sta il nodo strutturale della questione, investire oggi in un progetto di idrogeno rinnovabile significa legare il proprio destino a un ventennio di quotazioni elevate dei fossili, una scommessa che pochi finanziatori privati si sentono di fare senza robuste garanzie pubbliche. Del resto, non è la prima volta che si assiste a questo copione: già le crisi petrolifere del 1973 e del 1979 avevano riportato in auge l’auto a idrogeno, salvo poi relegarla nuovamente nei cassetti della ricerca una volta calmate le acque.

Milioni di euro dalla Commissione europea, ma il bersaglio è l’industria pesante

A spezzare in parte questa routine ciclica, almeno sul versante istituzionale, arriva la mossa della Commissione europea, che ha stanziato 6 miliardi di euro per sostenere la produzione di idrogeno rinnovabile. Il piano, va detto, non mira a soddisfare una generica ambizione green, ma punta dritto ai comparti più ostici da decarbonizzare – quelli che i tecnici chiamano “hard-to-abate” – come l’industria siderurgica, chimica e cementiera, oltre a una fetta del trasporto pesante su gomma e su rotaia. La scommessa di Bruxelles, insomma, è quella di trasformare l’idrogeno in un pilastro effettivo della transizione ecologica, e non in un fuoco di paglia acceso dalle emergenze. In questo quadro, l’Italia ha ottenuto un via libera specifico dalla Commissione per il proprio programma nazionale da 6 miliardi, anch’esso destinato ai settori dei trasporti e dell’industria: per Bruxelles i fondi rispettano le norme sugli aiuti di Stato, e il sostegno è giudicato proporzionato rispetto all’obiettivo.

San Maurizio d’Opaglio e il Piemonte, dove la sfida europea diventa concreta

Uno dei luoghi dove questa strategia comunitari cerca di attecchire è San Maurizio d’Opaglio, piccolo centro del Novarese che ospita la Giacomini Spa. L’azienda, attiva nel settore della componentistica termoidraulica e delle energie rinnovabili, rappresenta un caso emblematico di come il tessuto imprenditoriale italiano possa intercettare i fondi europei: la Regione Piemonte, dal canto suo, ha invitato le imprese locali a non lasciarsi sfuggire questa finestra di opportunità, cogliendo la portata di una svolta che non è solo tecnologica, ma anche competitiva. Chi si muoverà per primo, ragionano a Torino, potrà ritagliarsi un vantaggio decisivo in un mercato – quello dell’idrogeno pulito – destinato a crescere nei prossimi anni, anche se gli analisti di BloombergNef ricordano che senza un prezzo stabile del carbonio e senza investimenti continui il rischio di un nuovo disinnamoramento è sempre dietro l’angolo.

Le incognite giudiziarie e di inchiesta che restano sullo sfondo

Sul piano investigativo, va detto che l’assegnazione dei finanziamenti per l’idrogeno verde – in Italia come in altri paesi europei – ha attirato l’attenzione delle procure e degli organi di controllo. Alcune inchieste, ancora in fase preliminare, hanno esaminato presunte irregolarità nella concessione dei contributi statali legati alla transizione energetica, senza che finora siano emerse responsabilità penali certe in relazione ai programmi citati. La magistratura, in particolare in alcune regioni del Nord, ha acquisito documenti relativi a bandi e procedure di gara, concentrandosi su eventuali conflitti di interesse o sulla mancata corrispondenza tra i progetti dichiarati e quelli realmente realizzati. Si tratta, va sottolineato, di sviluppi giudiziari che non coinvolgono direttamente i soggetti menzionati in questo articolo, ma che testimoniano la complessità amministrativa e il rischio di opacità quando ingenti risorse pubbliche vengono mobilitate in tempi brevi. Le indagini procedono senza clamore, e al momento non risultano misure cautelari o rinvii a giudizio legati specificamente ai piani da 6 miliardi appena autorizzati.

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