Tempesta geopolitica e arche di resistenza: il mondo secondo Zibechi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La geopolitica che apre questo 2026 si presenta, agli occhi di molti analisti, come un mare in tempesta, la cui violenza e durata potrebbero segnare decenni. Lo scrittore e pensatore Raúl Zibechi, in una riflessione che va ben oltre la cronaca quotidiana, descrive un orizzonte di venti o trent’anni di instabilità profonda, una tempesta iniziata, nelle sue parole, con il genocidio del popolo palestinese e confermata da eventi come la recente aggressione al Venezuela. Di fronte a un simile scenario, che travolge con forza disuguale le diverse fasce della popolazione globale, la necessità primaria dei popoli — specialmente di quelli neri, originari, contadini e delle periferie urbane che “stanno più in basso” — diventa quella di costruire rifugi, delle vere e proprie “arche” capaci non solo di resistere ma di navigare e galleggiare nell’onda lunga dei conflitti. Questa visione di lungo periodo, che mutua la prospettiva centenaria degli zapatisti, mira a un obiettivo lontano e preciso: garantire che tra centoventi anni una bambina possa, finalmente, scegliere liberamente cosa essere.

L'allarme di Friedman: una stagione pericolosa sul piano globale

La diagnosi di un presente ad altissimo rischio trova conferma nelle analisi di commentatori come Alan Friedman, editorialista de La Stampa e direttore del Lugano Global Forum. Friedman, senza mezzi termini, avverte che “stiamo entrando in una fase estremamente difficile della geopolitica”, definendola una “stagione pericolosa” caratterizzata da crisi senza precedenti per la Nato. L’anno nuovo, infatti, si è aperto con un cumulo di incognite che si aggiungono ai conflitti già in corso: dal possibile braccio di ferro nell’Artico, con la Groenlandia al centro di nuove tensioni, all’escalation in Venezuela, fino alla miccia del sequestro di una petroliera russa, episodio destinato — a suo giudizio — a far salire ulteriormente la temperatura internazionale. Sono tutti focolai pronti a esplodere, con rischi umanitari e di stabilità globale in costante ascesa.

L'informazione come narrazione dell'Italia che resiste

In questo quadro complesso e spesso allarmante, la narrazione dei fatti assume un ruolo cruciale nel descrivere non solo le dinamiche internazionali ma anche le risposte che maturano nella società. Programmi come “Siamo Noi”, condotto da Gabriella Facondo e in onda ogni pomeriggio, si propongono proprio di raccontare il cambiamento del Paese e i suoi protagonisti, soffermandosi su temi che spaziano dalla geopolitica alle questioni sociali più pressanti. L’obiettivo dichiarato è quello di dare voce a un’Italia che, pur nelle difficoltà, continua a credere nel bene comune, nell’impegno civile e in una solidarietà autentica, tentando di combattere disuguaglianze e solitudini e di alimentare i sogni delle nuove generazioni.

La cronaca nera e il rigore delle inchieste giudiziarie

Parallelamente ai grandi scenari internazionali, la cronaca nazionale continua a essere segnata da episodi di violenza che richiedono un racconto rispettoso e attento ai sviluppi processuali. Le inchieste di cronaca nera, quando vengono trattate, devono concentrarsi sull’evoluzione delle indagini e sugli sviluppi giudiziari, evitando con cura la spettacolarizzazione del dolore e il dettaglio esplicito, per mantenere invece un approccio rigoroso che rispetti le vittime e il lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, in attesa che i fatti trovino una loro definizione in sede di giustizia.

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