L’escalation iraniana nel Golfo mette a repentaglio il calendario della Formula 1 e unisce i Paesi del Consiglio di Cooperazione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’onda lunga delle operazioni militari congiunte di Stati Uniti e Israele sul territorio iraniano, annunciate dal presidente Donald Trump e proseguite con i raid definiti "Operation Epic Fury" dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha innescato una reazione a catena che sta ridefinendo gli equilibri di una regione, quella del Golfo, già cronicamente instabile. La risposta di Teheran, materializzatasi in un lancio massiccio di droni e missili a medio raggio, non si è limitata al confronto diretto con i tradizionali avversari, ma ha deliberatamente esteso il proprio raggio d’azione verso la sponda araba del Golfo, colpendo quelle monarchie sunnite che, pur non essendo belligeranti primarie, ospitano basi e interessi occidentali. L’obiettivo dichiarato, o quanto meno l’effetto concreto, è quello di paralizzare la vita civile ed economica dei vicini, prendendo di mira con inusitata precisione le infrastrutture energetiche, vera linfa vitale delle loro economie e, per estensione, del mercato globale. Questa strategia, che richiama alla mente la tattica russa in Ucraina volta a deprivare il nemico delle risorse di base, ha già prodotto danni significativi: in Qatar, due droni hanno centrato una centrale elettrica a Mesaieed e un impianto della Ras Laffan Industrial City, costringendo la QatarEnergy, colosso statale degli idrocarburi, a sospendere la produzione di gas naturale liquefatto. Allo stesso tempo, in Arabia Saudita, il grande complesso petrolifero di Ras Tanura, sulla costa del Golfo, è stato parzialmente bloccato da un attacco che ne ha interessato una raffineria, dimostrando come nessuna delle strutture sensibili della regione possa più ritenersi al sicuro.

La risposta compatta del Consiglio di Cooperazione del Golfo e il diritto all’autodifesa

La reazione politica a questa ondata di attacchi, che hanno toccato non solo il Qatar e l’Arabia Saudita ma anche gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait, il Bahrein e persino l’Oman, tradizionalmente mediatore, non si è fatta attendere ed è apparsa, per certi versi, storicamente inedita nella sua compattezza. I ministri degli Esteri dei sei Paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc), riunitisi in via straordinaria in videoconferenza domenica primo marzo sotto la presidenza del Bahrein, hanno emesso una dichiarazione congiunta che condanna senza appello quella che viene definita un'"aggressione iraniana" in "flagrante violazione" della sovranità nazionale e del diritto internazionale. Il linguaggio utilizzato nel comunicato finale, che parla di "attacchi traditori" che hanno preso di mira "strutture civili e aree residenziali" con l'intento di "diffondere il terrore", segna un netto scostamento dalle tradizionali e più caute formule diplomatiche finora impiegate nei confronti della Repubblica islamica. I ministri hanno sottolineato come la sicurezza dei membri del Gcc sia "indivisibile", affermando che l'attacco contro uno qualsiasi di essi è da considerarsi un attacco contro tutti. Il passaggio politicamente più rilevante, tuttavia, risiede nell'esplicito richiamo all'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, quello che sancisce il diritto naturale all'autodifesa individuale e collettiva: i Paesi del Golfo, di fatto, si riservano la facoltà di rispondere militarmente all'aggressione, aprendo a scenari di una guerra regionale allargata che solo poche settimane fa sarebbero apparsi inverosimili.

La Formula 1 nel mirino della crisi: il fattore sicurezza e il caos logistico

Mentre i leader del Golfo valutano i tempi e le modalità di un'eventuale risposta armata, un altro fronte, apparentemente più frivolo ma dagli enormi riflessi economici e d'immagine, è stato improvvisamente travolto dalla crisi. La Formula 1, che da anni ha fatto delle tappe in Bahrein e Arabia Saudita, in particolare sul circuito di Jeddah, un pilastro del proprio calendario e un veicolo di quell'operazione di sportwashing tanto criticata dalle organizzazioni per i diritti umani, si trova ora a fare i conti con la possibilità concreta di dover cancellare i Gran Premi in programma per il mese di aprile. L'organo di governo della massima serie, la Fia, per bocca del suo presidente Mohammed Ben Sulayem, ha diffuso una nota in cui si afferma che la situazione in Medio Oriente è monitorata con la massima attenzione e che qualsiasi decisione in merito alle gare sarà presa basandosi esclusivamente sulla "sicurezza e il benessere" di piloti, team e di tutto il personale coinvolto. La dichiarazione, pur misurata, giunge in un contesto di crescente caos logistico: se il Gran Premio d'Australia, in programma questo fine settimana a Melbourne, non è a rischio, lo stesso non si può dire per le trasferte successive. La chiusura degli spazi aerei e di importanti hub come Dubai e Doha ha già gettato nel caos i piani di viaggio di circa un migliaio di tecnici e meccanici, costretti a rivoluzionare i propri itinerari per raggiungere l'Australia, con la direzione della Formula 1 che ha dovuto noleggiare aerei privati per bypassare le zone di conflitto. La preoccupazione principale, tuttavia, rimane per le gare di Sakhir, in Bahrein, e per quella saudita, in un contesto in cui Trump ha già preannunciato che l'offensiva contro l'Iran potrebbe prolungarsi "ben oltre" le stime iniziali di un mese.

L’effetto domino sulle infrastrutture energetiche e il timore di un conflitto prolungato

Al di là delle implicazioni sportive e propagandistiche, l'elemento di maggiore gravità per la stabilità globale è rappresentato dall'escalation degli attacchi alle infrastrutture energetiche, una mossa che l'Iran sta evidentemente utilizzando come leva per alzare la posta in gioco e colpire gli alleati degli Stati Uniti nel loro punto più vulnerabile. La scelta di mettere nel mirino gli impianti di Ras Laffan in Qatar, da cui esce la stragrande maggioranza del Gnl destinato ai mercati asiatici ed europei, e la raffineria di Ras Tanura in Arabia Saudita, cuore pulsante della capacità produttiva di greggio del regno, non è casuale. Si tratta di una tattica di guerra ibrida, che replica il modello messo in atto dalla Russia per fiaccare la resistenza ucraina e che punta a creare non solo danni materiali immediati, come la sospensione della produzione di liquefatti annunciata da Doha, ma anche un clima di insicurezza permanente capace di far lievitare i premi assicurativi e disincentivare gli investimenti stranieri. L'attenzione della comunità internazionale è ora concentrata sulla capacità dei sistemi di difesa aerea dei Paesi del Golfo, che pure sono riusciti a intercettare parte dei droni, e sulle possibili contromisure che il Consiglio di Cooperazione potrebbe adottare in maniera coordinata. Il fatto che la riunione del Gcc sia stata convocata domenica e che i ministri abbiano parlato di "misure necessarie" per ripristinare la sicurezza indica chiaramente come i petromonarchi non intendano limitarsi a un ruolo di spettatori passivi in un conflitto che, ormai, si combatte anche sul loro territorio, minacciando di far saltare un tassello fondamentale della loro strategia di diversificazione economica e di immagine.

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