L’unanimità per non fare niente: l’ipocrisia dell’Ue su Israele tra sanzioni ai coloni e veti strutturali
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il Consiglio affari esteri, riunitosi a Bruxelles, non è stato solo l’ennesimo esercizio di equilibrismo diplomatico – al quale, ormai, la cronaca internazionale ci ha abituato – ma il riflesso speculare di un’Europa profondamente spaccata al proprio interno. Una frattura, quest’ultima, che emerge prepotentemente ogni qual volta si provi a tradurre la condanna morale in misure concrete; e che, questa volta, ha trovato la sua sintesi più compiuta nel via libera – tardivo e parziale – alle sanzioni contro i coloni israeliani ritenuti responsabili di violenze in Cisgiordania. Un via libera, va detto, reso possibile solo dal terremoto politico che ha scosso l’Ungheria: per quasi due anni, infatti, il governo di Viktor Orbán aveva bloccato ogni iniziativa in tal senso, ergendosi a scudo contro qualsiasi pressione europea sugli insediamenti illegali. Con il cambio di passo a Budapest, l’ostacolo è finalmente caduto, rivelando però quella che molti analisti definiscono ormai la “regola d’oro” della politica estera europea in Medio Oriente: l’unanimità, a quanto pare, è possibile solo sul “perimetro minimo” del dissenso verbale, mentre i nodi strutturali del conflitto restano miracolosamente intatti.
L’illusione della mano dura (commerciale) e il boomerang dei veti incrociati
Sul tavolo dei ministri, almeno stando alle dichiarazioni delle cancellerie più attiviste come quelle di Spagna e Irlanda, non c’erano solo le sanzioni alle persone fisiche ma anche ipotesi ben più pesanti. Si parlava, e forse qualcuno lo sperava ancora, di misure commerciali mirate a colpire i prodotti provenienti dagli insediamenti illegali, se non addirittura di una revisione dell’accordo di partenariato che lega l’Unione Europea a Israele. Un’ipotesi, quest’ultima, partita già con le ossa rotte. “Era ora che si passasse dallo stallo ai fatti”, ha commentato l’Alta rappresentante Kaja Kallas, consapevole tuttavia che i fatti in questione sono ben poca cosa rispetto alla retorica. La dura realtà è che le misure approvate – congelamento dei beni e divieto di ingresso nel territorio Ue per alcuni coloni e organizzazioni affiliate – lasciano del tutto indenne l’architettura degli scambi economici. L’Ungheria avrà anche cambiato casacca, ma l’asse dei Paesi europei tradizionalmente più tiepidi verso Israele ha continuato a tenere in scacco le ambizioni di chi vorrebbe usare la leva commerciale come strumento di pressione reale. Il risultato? L’ennesima vittoria di Pirro della diplomazia comunitaria, che sanziona i singoli ma si inchina di fronte allo status quo territoriale, confermando di fatto la gestione israeliana delle aree contese.
L’espansione sul campo e l’annessione strisciante come dato di fatto
Mentre a Bruxelles si discuteva di chi potesse o meno varcare i confini dello spazio Schengen, Israele continuava a scrivere la geografia della Cisgiordania con il cemento. Il 2025, lo ricordano i dossier internazionali, è stato un anno record per l’espansione: dall’approvazione di decine di nuove unità abitative – quasi 30 mila secondo alcune stime – alla moltiplicazione degli avamposti illegali, l’occupazione procede a ritmi vertiginosi. Basti pensare al piano noto come “E1”, quella fetta di territorio a est di Gerusalemme che, se saldamente occupata, taglierebbe in due la Cisgiordania rendendo di fatto impossibile qualsiasi soluzione basata sulla contiguità territoriale palestinese. E sulla scia di questa espansione, rispondendo proprio alle critiche europee, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha anzi rilanciato: ha presentato a Netanyahu un piano per impadronirsi di aree strategiche in Cisgiordania, definendo l’ipocrisia europea “senza confini” e ribadendo che nessuno fermerà la sovranità ebraica su quella che viene considerata la “cintura di sicurezza” dello Stato. Una dichiarazione, la sua, che suona come uno schiaffo alla cautela europea: più si alzano le voci di condanna, più si accelerano i lavori per i nuovi insediamenti.
La cronaca delle violenze e il realismo (ritardato) di chi guarda
A rendere paradossale la scena è proprio la tempistica degli eventi. Da un lato ci sono le immagini e i rapporti delle Nazioni Unite che descrivono un aumento esponenziale degli attacchi dei coloni – con punte di otto incidenti al giorno durante la stagione della raccolta delle olive – e una vera e propria annessione “strisciante” del territorio. Dall’altro, l’Europarlamento e il Consiglio che annunciano le sanzioni quasi fossero una conquista epocale. “L’Europa è arrivata in ritardo, ma seppur in ritardo la parola sanzioni contro i coloni è stata pronunciata, quindi penso sia meglio di niente”, ha commentato Lucia Annunziata, eurodeputata del Partito Democratico, in un’intervista all’Italpress. Un realismo amaro, il suo, che fotografa la sostanza di una politica estera priva di mordente: si sanziona il colono violento – magari quello che blocca la strada o brucia l’uliveto – ma non si tocca la struttura di potere che rende quelle violenze possibili. E mentre la Freedom Flotilla prova a riorganizzarsi dalla Turchia per forzare il blocco navale, l’Unione Europea sembra aver abdicato al proprio ruolo di garante del diritto internazionale, riducendosi a spettatrice unanime di una crisi che, altrimenti, non saprebbe risolvere.
Meta Description: L’Ue approva sanzioni ai coloni israeliani dopo mesi di veto, ma evita misure commerciali. L’espansione in Cisgiordania prosegue intanto in modo illegale.




