L’omicidio di Riccardo Claris, un fendente e i nodi irrisolti della violenza negli stadi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Era poco più dell’una di notte, tra sabato e domenica, quando un colpo di coltello alla schiena ha ucciso Riccardo Claris, ex calciatore, laureato in Economia e tifoso dell’Atalanta. L’episodio, avvenuto a pochi metri dal Gewiss Stadium, è il tragico epilogo di una lite scoppiata tra gruppi di ultrà nerazzurri e interisti. I carabinieri di Bergamo, intervenuti in via Ghirardelli con i tecnici della Scientifica, stanno ricostruendo la dinamica, mentre sul marciapiede, davanti al civico 27, restano le chiazze di sangue e qualche fiore deposto in silenzio.

Claris, che aveva 26 anni, non corrispondeva allo stereotipo del tifoso violento. Dopo la laurea, aveva conseguito un master in Lussemburgo e lavorava nel settore finanziario, alternando la professione alla passione per la curva. "Claris ovunque con noi", recitava lo striscione esposto dalla Curva Nord al U Power Stadium di Monza, dove i sostenitori atalantini e quelli del Monza – con un "Ultras per sempre" – gli hanno reso omaggio.

Quella notte, secondo le prime testimonianze, tutto sarebbe iniziato da una frase pronunciata in un bar: "Qui si tifa Atalanta". Un’affermazione banale, che però ha innescato la rissa culminata con l’accoltellamento. Via Ghirardelli, una traversa di via Lazzaretto, è un’area generalmente tranquilla, ma non nuova a scontri tra tifoserie, spesso inseriti in una narrazione quasi rituale legata alle partite.

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