Bergamo, un fendente nella notte: la morte di Riccardo Claris tra tifo e violenza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Era poco più dell’una quando quel colpo, unico e preciso, ha trafitto la schiena di Riccardo Claris, ventiseienne tifoso dell’Atalanta, laureato in Economia e con un master in Lussemburgo, che fino a poche ore prima aveva trascorso la serata tra amici. A pochi metri dallo stadio Gewiss, dove aveva passato tante domeniche in curva, la sua vita si è spezzata nel giro di pochi secondi, al culmine di una lite tra gruppi di tifosi nerazzurri e interisti.

Secondo le ricostruzioni dei carabinieri, intervenuti in via Ghirardelli con i tecnici della Scientifica, tutto sarebbe nato da un alterco in un bar del centro. “Qui si tifa Atalanta”, una frase che, in quel contesto, ha fatto da detonatore. Le parole si sono trasformate in spintoni, poi in pugni, infine in un coltello estratto all’improvviso. A sferrare il colpo fatale sarebbe stato Jacopo De Simone, diciannovenne incensurato, le cui motivazioni sono ancora al vaglio degli investigatori.

Sul marciapiede, davanti al civico 27, sono rimaste le tracce di quell’istante: chiazze di sangue asciutto, oggi coperte da qualche fiore portato da chi è passato a rendere omaggio. Via Ghirardelli, una traversa di via Lazzaretto, è un angolo normalmente tranquillo, se non fosse per la vicinanza con lo stadio e gli scontri che, negli anni, hanno più volte insanguinato le strade prima o dopo le partite.

Claris, che gli amici chiamavano semplicemente “Claris”, non aveva il profilo dello hooligan. Dopo le giovanili nell’Albinoleffe, aveva giocato in promozione ed eccellenza, vestendo l’ultima maglia della Gavarnese. Lavorava in una finanziaria a Milano, dove si era trasferito da gennaio, ma la domenica tornava a Bergamo per seguire la sua squadra. “Claris ovunque con noi”, hanno scritto i compagni di curva nello striscione esposto a Monza, durante la partita contro il Monza, mentre gli ultras avversari rispondevano con un “Ultras per sempre”.

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