Abodi sulla morte di Claris: "Non è tifo, è crimine. Lo sport non c'entra"
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Redazione Interno
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La morte di Riccardo Claris, il tifoso dell’Atalanta ucciso a Bergamo in uno scontro con sostenitori dell’Inter, ha riacceso il dibattito sul confine tra violenza e passione sportiva. Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, intervenendo a margine di un evento a Genova, ha usato parole nette: «È drammatico, non si capisce come si possa ancora associare lo sport a fatti criminali. Qui non si parla di tifo, ma di reati».
Quello che è accaduto nella notte tra il 3 e il 4 maggio in via dei Ghirardelli – una lite degenerata in accoltellamento – ha spinto i tifosi nerazzurri a un gesto di raccoglimento durante la trasferta a Monza. Circa 2.500 sostenitori, invece di esultare, hanno esposto uno striscione in memoria di Claris, un 26enne la cui vita si è spezzata per una rivalità che ha oltrepassato ogni limite. Anche i tifosi del Monza, in un raro momento di solidarietà, hanno mostrato un messaggio di cordoglio, mentre per tutto il primo tempo lo stadio è rimasto in silenzio.
Abodi, senza mezzi termini, ha sottolineato la necessità di distinguere tra il tifo, con le sue ritualità spesso esasperate, e atti che rientrano nella sfera penale. «Rischiamo di confondere le cose, ma questa è criminalità, e come tale va affrontata», ha aggiunto, ribadendo l’impegno a promuovere «rispetto ed educazione». Le sue parole suonano come un monito a non strumentalizzare la tragedia per generalizzazioni facili, ma anche a non sminuirne la gravità nascondendola dietro l’etichetta del "derby".




