La riforma Sfdr e i suoi impatti per operatori e consulenti finanziari
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La Commissione europea, nel presentare lo scorso 20 novembre la proposta di riforma del Regolamento sull'informativa sulla finanza sostenibile, ha avviato un processo destinato a modificare in profondità l'operatività degli attori dei mercati. L’intenzione, dichiarata senza mezzi termini, è quella di superare le criticità emerse dall'applicazione del testo vigente, il cosiddetto Sfdr, che – pur concepito come una disciplina di sola trasparenza – aveva di fatto generato un sistema di etichettatura informale basato sugli articoli 8 e 9. La revisione, inserendosi nel più ampio pacchetto di semplificazioni noto come Omnibus I, segna un tentativo concreto di ascolto delle istanze provenienti dal tessuto produttivo finanziario, spesso gravato da oneri di compliance percepiti come eccessivi e poco proporzionati.
Un nuovo sistema di classificazione
Cuore della proposta, della quale è necessario valutare la coerenza con il resto del corpus normativo in materia di finanza sostenibile, è l'introduzione di un sistema di classificazione dei prodotti finanziari chiaro e vincolante, che sostituisca la categorizzazione attuale. Questo passaggio, auspicato da tempo dagli operatori, mira a garantire una comparabilità effettiva delle informazioni per l'investitore finale, ponendo fine all'attuale farraginosità delle disclosure. L'innovazione, se ben calibrata, potrebbe tradursi in una significativa riduzione degli adempimenti burocratici e in un impulso all'innovazione di prodotto, aspetti non secondari in un momento di transizione ecologica che rischia di essere vissuta come un ostacolo piuttosto che come un'opportunità.
Impatto operativo immediato
Le implicazioni pratiche per i partecipanti ai mercati e per i consulenti finanziari sono destinate a essere rilevanti, poiché la riforma interviene sui processi interni di due diligence, di raccolta dati e di comunicazione. Ci si attende, in particolare, una razionalizzazione degli oneri amministrativi che dovrebbe condurre – come indicato negli intenti della Commissione – a una diminuzione dei costi di compliance. L'integrazione con altre normative europee, dal Taxonomy Regulation alla MiFID II, rappresenta un altro nodo cruciale, che richiederà un'armonizzazione operativa non semplice da parte degli uffici legali e di conformità, i quali dovranno adeguare procedure e documentazione in tempi presumibilmente stretti.
Semplicità e chiarezza come obiettivi
La svolta normativa, che segna una netta discontinuità con l'impianto precedente, punta dunque a una maggiore semplicità e a una chiarezza d'intenti che finora erano mancate. La creazione di categorie definite, che vadano oltre la semplice disclosure per abbracciare una vera e propria tassonomia dei prodotti d'investimento sostenibili, è il tentativo di fornire un quadro stabile e prevedibile. Un simile contesto, una volta superata la fase transitoria di adeguamento, potrebbe offrire agli operatori la certezza del diritto necessaria per sviluppare strategie di lungo periodo, mentre i consulenti si troverebbero a disporre di strumenti più efficaci per guidare le scelte della clientela verso obiettivi di sostenibilità finalmente misurabili e confrontabili.




