L'ultima partita di Pasolini, tra calcio, cinema e un omicidio senza risposte

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il 14 settembre 1975, mentre a San Benedetto del Tronto l’amico Ninetto Davoli si trovava per le riprese di un film, Pier Paolo Pasolini giocò quella che sarebbe divenuta la sua ultima partita di calcio, un’amichevole tra Vecchie Glorie della Sambenedettese e la Nazionale Artisti, evento che un documentario – frutto della meticolosa ricerca del filologo Francesco Anzivino – ha recentemente riportato all’attenzione di molti. In quella calda fine d’estate, pochi settimane prima che la sua esistenza venisse brutalmente troncata, l’intellettuale visse un’ultima, apparentemente normale, parentesi di spensieratezza, la quale, se da un lato si staglia come un vivido ricordo, dall’altro non può che accentuare il profondo vuoto di verità che ne seguì. La sua morte, occorsa nella notte tra il primo e il due novembre di cinquanta anni fa all’idroscalo di Ostia, rappresenta infatti una ferita ancora aperta nel tessuto culturale e giudiziario del paese, un delitto la cui dinamica, nonostante il passare dei decenni, continua a suscitare interrogativi pressanti e a sfidare ogni tentativo di chiarezza.

Mostre e proiezioni per un ricordo che non si spegne

Proprio in occasione di questo anniversario, iniziative culturali di vario genere hanno cercato di ripercorrere gli ultimi atti della vita dell’artista, come la mostra “Pasolini anatomia di un omicidio”, allestita dalla Cineteca di Bologna e curata da Gian Luca Farinelli, Marco Antonio Bazzocchi e Andrea Speranzoni, la quale si concentra, senza indulgenze per il macabro, sugli ultimi mesi della sua esistenza. Parallelamente, a San Giovanni Valdarno ha preso il via la sezione “Visioni” del progetto “Pasolini – 50 anni dopo”, con un ciclo di proiezioni che include pellicole fondamentali quali “Uccellacci e uccellini”, presentato dal saggista Carlo Menicatti, e “Il Vangelo secondo Matteo”, la cui visione è stata dedicata agli studenti delle scuole superiori. A introdurre alcune di queste pellicole, tra le quali anche “Il Decameron”, è stato Luigi Nepi, docente di cinema, in un percorso che, lungi dal voler essere una semplice rievocazione, mira a mantenere viva la complessità del suo pensiero e della sua opera.

Il punto oscuro della vicenda giudiziaria

Se da un lato il ricordo si coltiva attraverso l’arte, dall’altro persiste, tenace, l’ombra dell’incompiutezza giudiziaria. La questione delle reali dinamiche dell’omicidio, infatti, non è mai stata risolta in maniera definitiva, alimentando nel tempo teorie e sospetti che vanno ben oltre la versione processuale iniziale. A emergere con forza, in questo dibattito mai sopito, è la posizione di Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo e all’epoca presidente del Tribunale dei minori che giudicò in primo grado Pino Pelosi, il quale sostenne con decisione che il giovane non avrebbe potuto agire da solo. Una convinzione, la sua, che si basava sull’analisi degli elementi processuali e che contribuì a delineare l’ipotesi di una responsabilità multipla, suggerendo come il ragazzo potesse aver rappresentato soltanto un’esca in un agguato più ampio e organizzato.

Un mosaico di memorie e di ombre

Quella partita di calcio a San Benedetto del Tronto, le proiezioni dei suoi film e le mostre che ne analizzano il percorso si intrecciano così indissolubilmente con le domande irrisolte sulla sua fine, creando un ritratto composito di un uomo la cui assenza pesa ancora. L’ultima corsa su un campo di periferia, i fotogrammi delle sue pellicole proiettati per nuove generazioni di spettatori e le carte di un’inchiesta che non ha mai detto l’ultima parola sono tutti tasselli di uno stesso puzzle, frammenti di una verità sfuggente che la cultura continua a cercare, con ostinazione, mentre la storia giudiziaria, per molti versi, sembra essersi arenata. Resta, di lui, un’opera immensa e la consapevolezza che quell’omicidio, nel suo feroce mistero, ha privato il paese di una delle sue voci più libere e scomode.

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