Urbanistica, il rebus della buona fede dopo l’assoluzione di Torre Milano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Torre Milano è ancora lì. Alta, visibile da mezzo quartiere, impossibile da ignorare per chi abita in zona, dove non è una pratica urbanistica o un fascicolo processuale, ma un pezzo di skyline comparso quasi all’improvviso, simbolo di una Milano che negli ultimi anni ha costruito molto, discusso poco e spiegato ancora meno.

L’assoluzione in blocco degli otto imputati nel processo sugli abusi edilizi di via Stresa chiude un capitolo importante della cronaca giudiziaria, ma lascia aperta una questione che travalica i confini della singola vicenda giudiziaria, gettando un’ombra lunga sulle prossime aule di tribunale dove si discuterà di concessioni edilizie e permessi di costruire.

La pronuncia del tribunale, che ha discolpato costruttori, progettisti e funzionari comunali dal realizzare un palazzo tecnicamente fuorilegge, rischia di provocare un effetto domino destinato a complicare ulteriormente un panorama normativo già di per sé frammentato e tortuoso.

La babele delle sentenze e il muro della buona fede

Il cuore della decisione, che ha suscitato non poco scalpore negli ambienti legali e tra gli addetti ai lavori, poggia su un principio delicato quanto insidioso: la "buona fede" degli imputati. Un concetto che, se da un lato rappresenta un baluardo per chi opera in un contesto di incertezza normativa, dall’altro rischia di trasformarsi in un parafulmine per prassi consolidate, spesso viziate da una giurisprudenza amministrativa e penale che ha proceduto a colpi di pronunce contrastanti, creando una babele interpretativa difficile da districare anche per gli addetti ai lavori più esperti.

I giudici, nel motivare l'assoluzione, hanno di fatto messo dei paletti che appaiono difficili da superare per l'accusa nei procedimenti futuri, riconoscendo che gli imputati avevano agito sulla base di un quadro normativo e interpretativo che offriva margini di legittimità alle loro scelte progettuali e autorizzative, anche quando queste si sono rivelate, a posteriori, contrarie al dettato urbanistico.

L’effetto domino sui prossimi processi

Il timore che serpeggia negli uffici della Procura e tra i legali delle parti civili è che questa sentenza possa costituire un precedente pericoloso. Se la buona fede, certificata da un percorso interpretativo ritenuto plausibile, diventa uno scudo invalicabile, si rischia di paralizzare l'azione giudiziaria a fronte di veri e propri scempi edilizi, a patto che questi vengano rivestiti da un'apparenza di legittimità tecnica.

La vicenda di Torre Milano, con le sue volumetrie contestate e le sue altezze fuori standard, diventa così il simbolo di una partita giocata sul filo della consuetudine e delle prassi degli uffici tecnici, dove il confine tra l'interpretazione creativa della norma e la violazione deliberata della stessa si è fatto sempre più sottile.

Non si tratta, per carità, di mettere in dubbio la correttezza del lavoro dei professionisti coinvolti, ma di interrogarsi sulle regole del gioco in un settore, quello dell'edilizia milanese, che ha vissuto negli ultimi anni una stagione di trasformazioni profonde e accelerate.

La mano tesa del sindaco e il tavolo con la Procura

In questo clima di tensione palpabile, il sindaco Giuseppe Sala ha provato a gettare un ponte, cercando di superare il botta e risposta degli scorsi giorni con il procuratore generale Marcello Viola riguardo all'operato dei pm, che hanno messo il Comune nella graticola a causa di procedure edilizie ritenute quantomeno discutibili per autorizzare la costruzione di nuovi palazzi.

Dopo l'affondo iniziale, ecco la mano tesa del primo cittadino, che ha annunciato la volontà di istituire un tavolo di confronto permanente con la Procura e i costruttori, un'iniziativa che mira a ricucire lo strappo e a evitare che il futuro dell'urbanistica milanese venga deciso unicamente a colpi di sentenze e rinvii a giudizio.

Sala ha espresso vicinanza alle famiglie che vivono in una sorta di limbo giudiziario, quelle degli acquirenti che hanno comprato casa in edifici costruiti su procedure poi finite al vaglio dei magistrati, una situazione di sospensione inaccettabile che grava sulla vita quotidiana di centinaia di cittadini ignari.

Un sistema che non può più vivere di sole sentenze

I recenti fatti di cronaca giudiziaria che hanno investito il settore edilizio milanese hanno riacceso un dibattito che, in realtà, cova da anni sotto la superficie della pratica quotidiana degli uffici tecnici e degli studi professionali di tutta Italia. La riflessione che emerge con forza da queste vicende è che non si può più delegare alla magistratura il compito di fare chiarezza su un sistema normativo che appare sempre più obsoleto e inadeguato rispetto alle esigenze di una città in continua evoluzione.

L'auspicio, espresso con cautela da diversi osservatori, è che questo ennesimo allarme giudiziario serva finalmente da stimolo per una riforma organica della disciplina urbanistica, capace di fornire regole certe e interpretazioni univoche, togliendo ai giudici la patata bollente di dover distinguere, caso per caso, tra l'innovazione progettuale e l'abuso edilizio, tra la buona fede e la colpevolezza.

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