L’embargo degli Stati Uniti su Cuba, definito ‘guerra genocida’, stringe la sua morsa energetica

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha inasprito in modo decisivo la lunga politica di embargo contro L’Avana, una mossa che il governo cubano non ha esitato a bollare come un atto di “guerra genocida”. La radicalizzazione della posta in gioco, che trascende la storica contrapposizione ideologica per investire il campo della sicurezza energetica e degli equilibri geopolitici globali, è stata sancita dalla dichiarazione di “emergenza nazionale” da parte della Casa Bianca. Tale provvedimento, giustificato con la “politica aggressiva” di Cuba e con la sua capacità di destabilizzare l’area latino-americana attraverso alleanze con Russia, Cina e Iran, ha portato all’emissione di un ordine esecutivo presidenziale. L’atto conferisce poteri speciali per colpire, mediante l’imposizione di dazi commerciali, tutti quei paesi che, direttamente o indirettamente, continuassero a rifornire l’isola di greggio o dei suoi derivati.

Il collasso umanitario paventato dalle Nazioni Unite

Le immediate conseguenze di questa escalation, che segue di poco il sequestro del leader venezuelano e la conseguente interruzione dei flussi petroliferi da Caracas, hanno sollevato un allarme di portata internazionale. A esprimerlo, con toni di “estrema preoccupazione”, è stato il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il quale ha lanciato un monito preciso attraverso il suo portavoce. La crisi umanitaria che già attanaglia Cuba, ha denunciato Guterres, non può che “aggravarsi e rischiare di precipitare” qualora i rifornimenti di petrolio non venissero garantiti. Una prospettiva che conferisce una drammatica concretezza alle accuse di genocidio formulate dall’Avana, trasformando la questione da scontro diplomatico a potenziale catastrofe per la popolazione civile.

La strategia di pressione sui partner commerciali storici

La novità sostanziale della manovra statunitense risiede nel suo meccanismo di applicazione, che punta a isolare Cuba agendo sui suoi partner commerciali. La minaccia di dazi punitivi, infatti, è rivolta espressamente verso quelle nazioni che storicamente hanno fornito energia all’isola, colpendone gli interessi economici in una logica di ricatto geopolitico. Tra questi, il Messico è stato menzionato esplicitamente come paese disposto a interrompere le proprie esportazioni di greggio verso L’Avana sotto la pressione di Washington. Questa strategia, che eleva la fornitura energetica a una questione di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti, mira a recidere le ultime vene di approvvigionamento di un’economia già fortemente provata, costringendo di fatto i governi terzi a scegliere da quale parte schierarsi.

La risposta cubana e lo scenario di confronto globale

Da parte sua, il governo cubano ha reagito lanciando una controffensiva diplomatica definita “emergenza internazionale”, accusando una “camarilla fascista e criminale” al potere negli Stati Uniti di minacciare l’ordine mondiale. Pur non chiudendo del tutto alla via del dialogo, come sottolineato da dichiarazioni ufficiali che ribadiscono la disponibilità al confronto ma non alla cessione su principi fondamentali, L’Avana ha quindi radicalizzato il proprio linguaggio, inquadrando la contesa in uno scontro di sistema. La posta in gioco, così, si sposta dalle semplici relazioni bilaterali, sempre conflittuali, al più ampio teatro delle alleanze globali, dove Cuba si presenta come un avamposto nella competizione tra gli Stati Uniti e i suoi principali rivali strategici.

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