Stipendi di marzo, aumenti e arretrati: le istruzioni per l’uso delle nuove tasse piatte

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il cedolino di marzo, che per molti lavoratori dipendenti inizierà a farsi vedere in questi giorni, porta con sé non solo la consueta retribuzione ma anche una serie di novità fiscali introdotte dalla legge di Bilancio per il 2026, novità che l’Agenzia delle Entrate, con una circolare dello scorso 24 febbraio, ha provveduto a dettagliare per evitare fraintendimenti in fase di applicazione. Si tratta, per chi rientra in determinati parametri reddituali, di una boccata d’ossigeno che deriva da due distinte misure: la prima, strutturale, riguarda il taglio dell’aliquota Irpef per il ceto medio, mentre le altre due, di natura temporanea e mirata, agiscono su specifiche componenti della busta paga, quelle legate ai rinnovi contrattuali e alle condizioni particolari di lavoro.

Il nuovo scaglione Irpef e la limatura per i redditi medio-alti

Innanzitutto, occorre ricordare che la manovra finanziaria voluta dal governo Meloni ha rimodellato il secondo scaglione di reddito: per la fascia compresa tra 28.000 e 50.000 euro lordi annui, l’aliquota passa dal 35 al 33 per cento. Un cambiamento che, seppur non drastico, incide in maniera concreta sul netto mensile di una platea piuttosto ampia di contribuenti, anche se per i grandi redditi, quelli superiori ai 200.000 euro, il beneficio viene sostanzialmente sterilizzato da una decurtazione forfettaria delle detrazioni pari a 440 euro. Questa rimodulazione si aggiunge, e in parte si intreccia, con le misure più sperimentali pensate per il solo anno in corso.

La tassa piatta del 5% sugli aumenti dei rinnovi contrattuali

La novità di maggiore impatto, e che troverà applicazione pratica proprio a partire dalla retribuzione di questo mese, riguarda l’imposta sostitutiva del 5% sugli incrementi retributivi derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi nazionali. La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, con una propria circolare numero 2, ha fatto chiarezza su un meccanismo che non è automatico per tutti: riguarda esclusivamente i dipendenti del settore privato che nel 2025 hanno percepito un reddito non superiore a 33.000 euro. L’agevolazione, come spiegato nel dettaglio anche dall’Uneba che ha dovuto attendere proprio questi chiarimenti per applicare il beneficio agli aumenti del proprio contratto firmato nel gennaio 2025, scatta sugli importi pagati nel 2026, anche se la progressione economica del rinnovo era partita in anni precedenti. Vengono inclusi nel calcolo non solo le dodici mensilità e la tredicesima, ma anche gli istituti indiretti come la malattia o la maternità, per la parte ovviamente integrata dal datore di lavoro. Restano invece fuori gli scatti di anzianità e le somme erogate una tantum.

Il 15% per chi lavora di notte, nei festivi o su turni

Un secondo binario agevolativo, sempre contenuto nella legge di Bilancio e sempre valido per il 2026, riguarda invece le indennità e le maggiorazioni riconosciute a chi presta la propria opera in orari o giorni particolari. Anche in questo caso l’Agenzia delle Entrate ha fornito le coordinate precise: per i lavoratori del privato con un reddito 2025 non superiore a 40.000 euro, le somme corrisposte per lavoro notturno, festivo, nei giorni di riposo settimanale o per il lavoro a turni sono assoggettate a una imposta sostitutiva del 15%. Attenzione, però, perché la misura ha un tetto: si applica entro il limite annuo complessivo di 1.500 euro lordi; tutto ciò che supera questa franchigia torna a essere tassato con le aliquote ordinarie.

La gestione pratica in busta paga e l’opzione per la rinuncia

Dal punto di vista operativo, i datori di lavoro sono chiamati ad applicare queste imposte sostitutive in via automatica, salvo che il dipendente non decida di rinunciarvi per iscritto. Una scelta, quella della rinuncia, che può apparire controintuitiva ma che in alcuni casi specifici potrebbe rivelarsi conveniente, ad esempio per non perdere la capienza necessaria a fruire di alcune detrazioni o del trattamento integrativo. Per chi nel 2025 ha avuto più di un datore di lavoro, è necessario fornire all’attuale sostituto d’imposta le Certificazioni Uniche precedenti o una dichiarazione sostitutiva, così da consentire la corretta verifica dei requisiti reddituali. Questi meccanismi, come sottolineato anche dalla Cgil in una sua nota di commento, sono pensati per garantire che l’agevolazione non vada a discapito di altri benefici, come il vecchio bonus Renzi, che continua a essere calcolato includendo nel reddito complessivo anche queste somme, sebbene tassate a parte.

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