I salari italiani crollano nonostante l’alta sindacalizzazione: il paradosso di un Paese che arretra

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Che i lavoratori italiani siano tra i più sindacalizzati d’Europa è un dato noto, così come è sotto gli occhi di tutti il fatto che gli stipendi, invece di crescere, abbiano subito un’erosione costante. Secondo le cifre dell’OCSE, tra il 2008 e il 2024 il potere d’acquisto in Italia è diminuito dell’8,4%, nonostante un aumento nominale delle retribuzioni orarie del 13%. Un incremento già di per sé modesto, reso ancor più insignificante da un’inflazione galoppante, che nello stesso periodo ha raggiunto il 22%. Peggio, in questo panorama desolante, ha fatto solo la Spagna, con un crollo del 14%.

La questione, però, non è solo economica, ma politica. Le giustificazioni ripetute a ogni dibattito – la mancanza di risorse, le condizioni sfavorevoli – suonano sempre più come scuse vuote, soprattutto in un Paese che, negli ultimi anni, ha prodotto ricchezza record. Il problema, allora, non è l’assenza di denaro, ma la sua distribuzione iniqua, con una quota sempre maggiore sottratta ai lavoratori e concentrata in poche mani.

Mentre in Francia i salari reali sono cresciuti del 5% e in Germania del 15%, l’Italia ha continuato a scivolare indietro, penalizzando soprattutto chi già guadagna poco. L’inflazione, definita non a caso «tassa dei poveri», colpisce in modo sproporzionato chi vive di redditi bassi e fissi: dai lavoratori del terziario ai braccianti, dalle badanti agli addetti alla logistica. Per loro, ogni aumento dei prezzi si traduce in un ulteriore impoverimento, senza che i sindacati – almeno finora – siano riusciti a invertire la tendenza.

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