Il racconto del “mago”: “Con onde e posti di blocco ho fatto fuggire Machado”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Bryan Stern, un veterano di guerra che oggi guida una società privata di sicurezza, ha descritto i dettagli operativi dell’esfiltrazione, definita in codice “Golden Dynamite”, che ha portato la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado fuori dal Paese. L’operazione, commissionata dall’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, si è rivelata necessaria dopo che la donna, determinata a raggiungere Oslo per ritirare il Premio Nobel per la Pace a lei assegnato, viveva da mesi in una condizione di semiclandestinità a seguito delle contestate elezioni presidenziali dello scorso anno. L’impresa, che ha coinvolto un team di ex militari delle forze speciali e di ex agenti dei servizi, ha dovuto affrontare e superare una serie di ostacoli logistici e di sicurezza non indifferenti, come ha raccontato lo stesso Stern, il quale ha paragonato la delicata fase finale a quella di un film d’azione.

La deriva in mare agitato e i checkpoint terrestri

Il percorso verso la libertà, che dalla capitale Caracas conduceva fino alla Norvegia, ha richiesto una pianificazione meticolosa, la quale includeva l’aggiramento di posti di blocco militari dislocati sul territorio venezuelano. Una delle fasi più critiche, come rivelato dai protagonisti, si è consumata in mare: Machado, insieme a un ristretto equipaggio, ha infatti navigato per tre ore alla deriva su una piccola imbarcazione da pesca dopo che il dispositivo Gps, indispensabile per l’orientamento, era caduto in acqua a causa delle avverse condizioni meteomarine. Le onde, alte fino a tre metri, hanno reso quel tratto di viaggio particolarmente pericoloso, al punto che la stessa politica ha confessato in seguito di aver temuto seriamente per la propria incolumità, sentendo di aver rischiato la vita in più di un’occasione.

Il segnale “Jackpot” e la regia statunitense

Nonostante le difficoltà inattese, l’operazione è giunta a compimento. Stern ha comunicato l’esito positivo al suo gruppo, conosciuto come Grey Bull, utilizzando una parola in codice ripetuta più volte: “Jackpot”. Quel segnale, dato nella mattinata di martedì, sanciva ufficialmente la riuscita della missione e il raggiungimento dell’obiettivo primario, cioè mettere in salvo Machado e consentirle di arrivare a destinazione. L’intera azione, per quanto condotta da un ente privato, non sarebbe stata possibile senza un mandato e una copertura di alto livello, che in questo caso è provenuta direttamente da Washington; elementi, questi, che hanno riacceso il dibattito sul ruolo delle potenze straniere nella crisi politica venezuelana e sulle modalità a volte spettacolari con cui vengono condotte certe operazioni di protezione.

Le preoccupazioni per un eventuale ritorno

Ora che la leader è al sicuro e ha ritirato il prestigioso riconoscimento, molti di coloro che hanno contribuito alla sua fuga le stanno chiedendo, se non proprio supplicando, di non fare ritorno in Venezuela. Le motivazioni sono chiare e legate ai rischi enormi che un rientro comporterebbe, considerando il clima politico attuale e le possibili ritorsioni da parte del governo di Nicolás Maduro. La vicenda, nel suo complesso, rimane un caso emblematico di come le tensioni interne a un Paese possano trascendere i confini nazionali, coinvolgendo attori internazionali e dando vita a narrazioni che mescolano impegno civile, spy story e cronaca giudiziaria, quest’ultima spesso chiamata a indagare su simili complesse manovre una volta che esse vengono alla luce.

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