Ferrari Luce, Vigna scopre le carte: «Oltre 60 brevetti, è molto più che una nuova elettrica»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mancano ormai poche settimane al 25 maggio, data che a Maranello – lo si capisce dal tono delle ultime comunicazioni ufficiali – è stata cerchiata in rosso vivo su ogni agenda di progetto. Quella mattina, a Roma, davanti a una platea globale di giornalisti e addetti ai lavori, il velo cadrà finalmente sulla Ferrari Luce, la prima granturismo a trazione integralmente elettrica mai uscita dai cancelli del Cavallino. Nessun ibrido, nessun compromesso termico: una BEV pura, insomma, destinata a segnare uno spartiacque nella storia ultracentenaria della Casa. Eppure, come spesso accade con le rivoluzioni annunciate, il vero nodo non è tanto la propulsione in sé, quanto il fitto reticolo di innovazioni che l’accompagna: Benedetto Vigna, amministratore delegato del Cavallino, ha scelto la consueta conference call sui risultati del primo trimestre per accendere ulteriormente i riflettori su quello che, a suo dire, rappresenta assai più di un semplice cambio di alimentazione.

Oltre sessanta brevetti depositati per un solo modello

L’ingegnere Vigna – noto per la sua proverbiale parsimonia comunicativa quando si tratta di anticipazioni tecniche – stavolta si è lasciato andare a un dettaglio destinato a fare rumore. «La Ferrari Luce è molto più di un nuovo modello ed è molto più che elettrica», ha affermato nel corso della telefonata con gli analisti. E ha aggiunto, quasi a mo’ di cesello, che il progetto vanta oggi «oltre sessanta brevetti» già depositati. Una mole di proprietà intellettuale che, nelle sue intenzioni, dovrebbe spostare il dibattito dal generico “sì o no all’elettrico” a un terreno ben più concreto: quello delle soluzioni ingegneristiche inedite, delle architetture di bordo ridisegnate da capo a piedi, delle interfacce uomo-macchina che nulla hanno a che vedere con le EV già viste in circolazione. La Luce, insomma, è un laboratorio viaggiante più che una semplice risposta alle normative europee sulle emissioni.

L’abitacolo firmato da due mostri sacri del design industriale

C’è poi un altro elemento che filtra dalle indiscrezioni più accreditate, e riguarda l’approccio all’interno della vettura. Ferrari ha coinvolto due firme del calibro di Jony Ive – il padre indiscusso dell’estetica Apple per oltre un decennio – e Marc Newson, il designer australiano capace di muoversi con disinvoltura tra un orologio da polso e un jet privato. Hanno progettato insieme un abitacolo che, a quanto si racconta, prova a risolvere il paradosso di una granturismo silenziosa: come restituire emozioni senza il rombo del V12? La loro risposta – almeno stando ai bozzetti filtrati – passa per materiali tattili, superfici che reagiscono alla luce e una disposizione degli strumenti quasi scenografica. Non si tratta di minimalismo fine a sé stesso, bensì di una ridefinizione della “guida” come esperienza sensoriale complessiva, dove il termico lascia spazio a ciò che Vigna definisce «la fusione tra tradizione e innovazione».

Una strategia che guarda oltre il primo SUV e le divisioni di pensiero

Che la Ferrari Luce arrivi dopo il Purosangue – primo SUV nella storia del marchio – non è un caso. Il lancio di un’elettrica pura, in una fase storica in cui il dibattito tra puristi del motore termico e progressisti della transizione verde si fa aspro (e talvolta persino ideologico), sottende in realtà una strategia industriale più ampia. Vigna non ha mai nascosto che l’obiettivo è mantenere un margine di redditività a due cifre anche nell’era delle zero emissioni, senza snaturare il DNA del prodotto. I sessanta brevetti parlano chiaro: Maranello ha scelto di brevettare ogni soluzione capace di differenziare la Luce dalle concorrenti – come la Porsche Taycan o la futuribile Lotus Emeya – blindando così un vantaggio competitivo. Sul piano estetico, le prime immagini rubate ai test su strada lasciano intendere linee più fluide rispetto alle attuali berlinette, quasi un omaggio alla razionalità aerodinamica degli anni Sessanta ma reinterpretata in chiave contemporanea. Nessuna sbavatura nostalgica, però: la Luce guarda avanti.

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