Lavoro da record, stipendi da dimenticare: il paradosso italiano fotografato dall'Ocse
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Redazione Interno
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Il mercato del lavoro italiano, stando agli ultimi dati diffusi dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, sembra aver imboccato un sentiero virtuoso che molti Paesi ci invidiano. Il tasso di disoccupazione, sceso al 5% nel maggio del 2026, ha toccato un minimo storico, un risultato che si allinea perfettamente alla media dell'area che comprende le 38 economie più industrializzate del pianeta.
Il tasso di occupazione, dal canto suo, ha raggiunto il 62,8% nel primo trimestre dell'anno, un record assoluto che racconta di una crescita particolarmente intensa negli ultimi due anni. Eppure, dietro questi numeri che suonano come una vittoria si nasconde un rovescio della medaglia che rischia di compromettere il benessere reale delle famiglie: i salari, o meglio il loro potere d'acquisto, continuano a perdere colpi in un paese che sembra aver scelto la quantità di posti di lavoro a discapito della loro qualità.
Il primato negativo dei salari reali
Il rapporto "Prospettive dell'Occupazione 2026" dell'Ocse, che quest'anno dedica un focus particolare alle disparità geografiche in termini di posti di lavoro e redditi, offre una fotografia impietosa della situazione italiana. Mentre l'occupazione cresce, il potere d'acquisto dei lavoratori italiani, cioè ciò che possono effettivamente comprare con il loro stipendio una volta sottratto l'effetto dell'inflazione, si è ridotto in modo significativo.
Secondo i dati, i salari reali risultano inferiori del 6,1% rispetto ai livelli del primo trimestre del 2021, un dato che rappresenta il divario negativo più ampio registrato tra tutte le grandi economie dell'area Ocse. Un primato poco invidiabile che certifica un progressivo e costante impoverimento di chi lavora, nonostante la crescita dell'occupazione rappresenti un traguardo importante per il paese.
Le ragioni di un'impasse: produttività e contratti
Ma come è possibile che un aumento del numero di occupati non si traduca in un miglioramento delle condizioni economiche? La risposta, come hanno spiegato diversi analisti e come emerge dalle analisi degli esperti, affonda le radici in un problema strutturale che affligge il nostro sistema produttivo. Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro all'Università Bocconi, ha sottolineato come la creazione di posti di lavoro non sia accompagnata da un corrispondente aumento del valore prodotto.
«Quando punti tutto sulla moderazione salariale si innesca un fenomeno: il tuo sistema produttivo si sposta dove compete sul basso costo del lavoro, anziché investire in tecnologia e migliorando la qualità del prodotto». Questa dinamica genera una spirale perversa in cui le aziende assumono perché pagano poco e i lavoratori, di conseguenza, vedono il loro potere d'acquisto erodersi. A questo si aggiunge il problema endemico dei rinnovi contrattuali.
Il ritardo cronico con cui vengono rinnovati i principali contratti collettivi nazionali ha impedito un recupero totale dell'erosione salariale causata dall'inflazione, lasciando i lavoratori esposti agli shock dei prezzi. Il fiscal drag, ovvero il maggiore prelievo fiscale determinato dall'aumento dei redditi nominali non adeguato all'inflazione, ha ulteriormente aggravato questa situazione, agendo come un "drenaggio silenzioso" sui redditi da lavoro fissi.
Un futuro di incertezza per il potere d'acquisto
Il quadro prospettato dall'Ocse per i prossimi anni non lascia presagire una svolta imminente. L'organizzazione con sede a Parigi prevede che, a causa del nuovo rincaro dei prezzi dell'energia, i salari reali in Italia subiranno un ulteriore calo dello 0,9% nel corso del 2026, prima di registrare un modesto e quasi impercettibile recupero dello 0,2% nel 2027. Si tratta di una prospettiva che riaccende i riflettori sull'urgenza di politiche in grado di spezzare il legame tra bassa produttività e bassi salari e di garantire rinnovi contrattuali tempestivi.
L'economista Marco Leonardi, in un intervento sul Foglio, ha sottolineato come questo scenario rischi di ripetere il danno già subito dai lavoratori negli ultimi anni. Il problema è particolarmente sentito per le fasce più deboli del mercato del lavoro.
Il tasso di occupazione italiano, sebbene in crescita, resta di 9,3 punti percentuali al di sotto della media Ocse, e il divario si fa particolarmente marcato per donne e giovani, per i quali il tasso di occupazione è addirittura calato, segno che la ripresa del lavoro non è riuscita a coinvolgere tutti in egual misura.
I dati dell'Ocse descrivono quindi un Paese che riesce a creare posti di lavoro ma fatica a renderli sostenibili. L'aumento dell'occupazione è un risultato da non sottovalutare, ma la perdita di potere d'acquisto dei salari rappresenta una ferita che, se non curata, rischia di minare le fondamenta stesse del benessere economico e sociale del paese, lasciando i lavoratori e le loro famiglie in balia di un'inflazione che continua a divorare i loro guadagni.




