La morte di Khamenei e il mistero su Ahmadinejad mentre l’offensiva congiunta di Usa e Israele mette a ferro e fuoco il Medio Oriente

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il cielo sopra Teheran, nelle ultime quarantotto ore, è stato solcato da scie luminose e seguito dal boato sordo delle esplosioni, in quella che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito, dal tetto del quartier generale militare di Kirya a Tel Aviv, un’operazione destinata a intensificarsi “nelle prossime ore e nei prossimi giorni”. Quello che era iniziato come un attacco definito “preventivo” contro quella che Israele considera una minaccia esistenziale, si è trasformato in un conflitto su larga scala che ha già causato centinaia di vittime e la decapitazione del vertice politico-militare iraniano. Il leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, è stato ucciso nelle prime fasi dei raid condotti congiuntamente con gli Stati Uniti, un’operazione che il presidente americano Donald Trump ha ribattezzato “Epic Fury” e che, secondo le sue stesse parole, potrebbe protrarsi per “quattro settimane o meno”. Tra le macerie e le colonne di fumo che si levano dalle città colpite, inclusi Qom, Isfahan e Kermanshah, aleggia però un alone di incertezza sulla sorte di un’altra figura chiave della Repubblica Islamica, l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, la cui morte, data per certa da alcune agenzie di stampa semi-ufficiali come la Ilna e poi smentita o rimossa, rimane avvolta in un fitto mistero.

La risposta di Teheran e l’allargamento del fronte

Lontano dal raggiungere la paralisi istantanea sperata dalla coalizione occidentale, Teheran ha reagito con una violenza inaudita, scatenando i suoi missili non solo contro lo Stato ebraico ma anche contro le basi e le installazioni statunitensi sparse nei Paesi del Golfo. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, ha lanciato minacce inequivocabili attraverso un post sul social X, promettendo di colpire gli avversari con “una forza senza precedenti” e avvertendo i vicini arabi che qualsiasi base sul loro suolo utilizzata dagli americani sarà considerata a tutti gli effetti “territorio statunitense” e quindi bersaglio legittimo. Le difese aeree israeliane sono state messe alla prova da lanci di razzi e droni, mentre le milizie proxy, dai Hezbollah libanesi agli Houthi yemeniti, hanno riaperto molteplici fronti, colpendo il nord di Israele con razzi e minacciando il traffico mercantile nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz, dove le petroliere sono finite nel mirino dei Pasdaran.

Le diplomazie in movimento e la posizione italiana

Mentre sul terreno infuria la battaglia e le sirene d’allarme riecheggiano da Tel Aviv a Dubai, il mondo politico e diplomatico cerca di fare i conti con una crisi dagli esiti potenzialmente incontrollabili. Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha lanciato un appello accorato per un cessate il fuoco immediato, parlando di una sequenza di eventi che rischia di travolgere gli equilibri globali, un monito caduto per ora nel vuoto dato che Russia e Cina hanno prontamente condannato l’operazione mentre Francia, Germania e Regno Unito, pur critiche verso Teheran, si dichiarano pronte ad adottare “azioni difensive proporzionate” a protezione dei propri interessi nella regione. Sul fronte italiano, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, al termine di una riunione straordinaria del Consiglio Affari Esteri UE, ha espresso forte preoccupazione per la sicurezza dei connazionali presenti nell’area del Golfo, confermando l’impegno nelle missioni navali Aspides e Atalanta per garantire la sicurezza dei traffici e, laddove necessario, facilitare il rientro dei cittadini europei. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha nel frattempo fatto sapere di essere rientrato in Italia per seguire da vicino l’evolversi di una situazione che vede anche tre militari americani caduti e diversi feriti nelle rappresaglie, segno tangibile di come il conflitto abbia già varcato la soglia di un semplice scontro a distanza.

L’assetto di potere dopo la morte di Khamenei

Con la scomparsa della Guida Suprema, ucciso insieme a diversi alti ufficiali tra cui il capo delle Forze Armate Abdolrahim Mousavi e il consigliere Ali Shamkhani, l’Iran si trova ora ad affrontare un vuoto di potere senza precedenti nella storia della Repubblica Islamica. Le procedure costituzionali, seppur concepite per gestire transizioni ordinarie, sono state attivate d'urgenza: un consiglio di leadership ad interim composto dal presidente Massoud Pezeshkian, dal capo della magistratura e da un giurista del Consiglio dei Guardiani guiderà il Paese fino all'elezione del nuovo leader da parte dell'Assemblea degli Esperti, un processo che il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato potrebbe concludersi in appena un paio di giorni. La situazione rimane però estremamente fluida e la vera incognita, al di là della continuità istituzionale, risiede nella capacità del regime di mantenere coeso un paese scosso dai bombardamenti e da anni di proteste interne, mentre le forze armate, seppur decapitate, promettono una vendetta che, come affermato da Larijani, mira a “bruciare i cuori” di chi ha attaccato la nazione.

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