La strana parabola di Ahmadinejad, da critico feroce a “prescelto” da Usa e Israele
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Redazione Esteri
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Che il mondo sia talvolta attraversato da paradossi capaci di sfidare ogni logica politica, lo dimostra la singolare vicenda di Mahmud Ahmadinejad, l’ex presidente iraniano la cui traiettoria pubblica sembra essersi capovolta in un modo che persino i suoi più accaniti osservatori faticano a decodificare. Da fervente oppositore di Washington e Tel Aviv, un leader che costruì la propria popolarità su invettive infuocate contro “il Grande Satana” americano e contro l’esistenza stessa dello Stato ebraico, ecco che l’uomo – secondo quanto emerge da ricostruzioni giornalistiche e indiscrezioni diplomatiche – sarebbe oggi considerato da Stati Uniti e Israele come una pedina utile per la successione alla guida della Repubblica islamica. In particolare, sarebbe stato lo stesso presidente americano, Donald Trump, a ipotizzare, lo scorso 3 marzo, che scegliere «qualcuno all’interno» del regime iraniano rappresenti la soluzione migliore per il dopo Khamenei, sebbene – ha aggiunto con una certa crudezza – «la maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte». Un’ammissione, questa, che getta una luce sinistra sui calcoli geostrategici in corso.
Il “salvataggio” sotto le bombe e l’incredulità di uno scrittore iraniano
A gettare ulteriore benzina sul fuoco delle speculazioni ci ha pensato il *New York Times*, il quale ha raccontato che nei primissimi giorni del conflitto in corso – probabilmente facendo riferimento all’escalation militare tra Israele e Iran – il bombardamento della casa di Ahmadinejad non sarebbe stato un tentativo di eliminarlo, bensì un’operazione studiata per salvarlo dagli arresti domiciliari e spingerlo così alla guida del paese. Una ricostruzione che, se confermata, trasformerebbe un attacco aereo in una sorta di investitura surreale. Uno scrittore iraniano, autore di un recente libro tradotto in italiano (*Enciclopedia dei sogni*, Bompiani, 2025), ha confessato al proprio giornale di aver detto alla moglie: «Se questa storia è vera, il mondo è proprio impazzito». Ma perché – si chiede lui stesso – non riesco a crederci? Proviamo ad analizzare questa vicenda con la mente di un iraniano, ovvero con quel misto di cinismo e realismo che da decenni governa la lettura degli eventi nella regione. L’ex presidente, un tempo acerrimo nemico di Israele e degli Stati Uniti, diventerebbe così il loro «prescelto» per il dopo Khamenei. Una narrazione che molti faticano a digerire, tanto più se si considera che Trump stesso, durante la stessa telefonata con Netanyahu, avrebbe mostrato un certo tentennamento sulla linea dura.
Tensione tra Trump e Netanyahu, il Pakistan si fa mediatore
Proprio ieri, secondo quanto riferito da Axios, una telefonata tra il presidente americano e il premier israeliano si è rivelata particolarmente tesa: Netanyahu, al termine della conversazione, era «furioso». A irritarlo non sarebbe stato un disaccordo di metodo, bensì il comportamento del suo alleato, colpevole di tentennare di fronte all’opzione militare – continuando invece a trattare con l’Iran invece di bombardare – e di alimentare un negoziato che, paradossalmente, si è fatto sempre più serrato. L’America ha già risposto alla proposta iraniana, e Teheran sta ora esaminando la controproposta. Nel frattempo si intensifica l’attivismo del Pakistan, che si erge a mediatore ufficiale tra le parti. In questa sola settimana il ministro degli Interni pakistano, Syed Mohsin Naqvi, si è recato per ben due volte in Iran, e oggi è la volta del capo di Stato maggiore Asim Munir, figura chiave dei negoziati grazie ai suoi rapporti privilegiati con i Guardiani della Rivoluzione.
Tra deep state, cani donati a Putin e stragi annunciate
Molte delle notizie circolate ieri si presterebbero, a dire il vero, ai «pensierini» di questa rubrica, come quella proveniente da Kiev – dove si annuncia di aver fatto strage di agenti segreti russi – e dove, al di là dell’inevitabile raccapriccio per qualsiasi massacro, un cazzotto in faccia all’invasore neostalinista non è certo roba da poco. E poi c’è la morte di Yume, il cane donato dodici anni fa a Putin dal Giappone: su questo fronte è più facile sorridere, visto che finalmente un fedelissimo dello zar se n’è andato di vecchiaia, senza bisogno di complotti. Ma il vero nodo resta quello iraniano, con Ahmadinejad che emerge – per usare le parole di molti analisti – come il “nemico prediletto” di Netanyahu, un tempo simbolo dell’intransigenza anti-israeliana e oggi possibile ago della bilancia in un equilibrio di potere che nessuno, a Teheran come a Washington, sembra più in grado di controllare.




