Valanga in val di Susa, il soccorso alpino: "Slavina provocata da quattro fuoripista"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una valanga si è staccata domenica 28 dicembre dal versante di Claviere, nell’Alta Valle di Susa, in una zona limitrofa alle piste da sci, generando un’imponente operazione di soccorso con l’impiego di mezzi aerei, unità cinofile e personale specializzato. L’allarme, lanciato da un maestro di sci che temeva il coinvolgimento di almeno due persone, si è protratto fino al tramonto, quando le ricerche, concluse con esito negativo, hanno potuto accertare l’assenza di vittime o feriti. Sul manto nevoso, però, gli uomini del Soccorso Alpino hanno rinvenuto tracce inequivocabili, dirette sia verso l’area di distacco che in uscita dalla slavina, che farebbero risalire l’origine dell’evento al passaggio di quattro sciatori in fuoripista. Un dato, questo, che riapre un annoso dibattito sulla responsabilità individuale in montagna, specialmente in un periodo – come quello attuale – in cui il pericolo valanghe è valutato di grado 3 su una scala di 5.

Le impronte sulla neve e la dinamica dell'incidente

La ricostruzione degli accadimenti, basata sulle evidenze tecniche raccolte sul posto, delinea una sequenza precisa. Il versante, reso instabile dalle condizioni nivologiche, è stato sollecitato dal transito degli sciatori, i cui segni sono stati identificati con chiarezza all’entrata e all’uscita della zona del distacco. "La valanga è stata provocata dal passaggio di quattro fuoripista", ha dichiarato il presidente del Soccorso Alpino Piemontese, evidenziando come il loro comportamento abbia innescato il fenomeno senza che poi si siano fermati a verificare le conseguenze delle proprie azioni. Un dettaglio non marginale, che trasforma un episodio a lieto fine – per la fortuna di non aver travolto nessuno – in un caso emblematico di condotta irresponsabile, lontana dai principi basilari della frequentazione consapevole dell’ambiente alpino.

Il problema ricorrente del fuoripista incontrollato

Il riferimento alla "tragedia di Alagna", menzionato dal presidente stesso, aggancia l’accaduto a un filo nero di cronaca che periodicamente torna a interrogare gli addetti ai lavori e gli appassionati. Anche in quel caso, come in altri, l’elemento cruciale non fu tanto la mancanza della strumentazione di autosoccorso – l’Arva – quanto il suo non utilizzo o un suo impiego improprio. L’episodio di Claviere, seppur senza conseguenze drammatiche, sembra dunque incarnare un malcostume diffuso, ovvero la sottovalutazione dei pericoli oggettivi e la sovrastima delle proprie capacità, in un contesto dove il freeriding viene talvolta praticato con approccio superficiale. "Si crede di poter fare tutto in montagna", è l’amara constatazione di chi, come i volontari del soccorso, si trova a gestire gli esiti di simili scelte.

Appelli alla prudenza e alla responsabilità personale

All’indomani dell’accaduto, il Comprensorio sciistico della Via Lattea ha rilanciato un appello alla massima prudenza, ribadendo l’importanza di rispettare le indicazioni di sicurezza e di valutare con estrema attenzione le condizioni del manto nevoso prima di avventurarsi al di fuori dei tracciati battuti. L’"overtourism" citato in alcune segnalazioni, ovvero il sovraffollamento di certe aree, non fa che acuire il problema, aumentando la pressione sul territorio e moltiplicando i potenziali fattori di rischio. La montagna invernale, nella sua maestosa pericolosità, non ammette leggerezza: ogni decisione ha un peso, come dimostra il solco lasciato dagli sci sulla neve prima che la slavina si staccasse, muto ma eloquente monito per chiunque scelga di muoversi in quegli spazi.

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