Il piano Agrisolare supera i target, ventiquattromila aziende agricole verso l’autosufficienza energetica
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Redazione Economia
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Il ministero dell’Agricoltura, guidato da Francesco Lollobrigida, ha tracciato un primo bilancio consistente del programma Agrisolare, misura finanziata dal Pnrr che sta ridisegnando il rapporto tra imprese agricole e consumo energetico. Dai dati diffusi emerge che ventiquattromila aziende, grazie ai contributi erogati, arriveranno a produrre un terzo dell’intero fabbisogno energetico del settore primario. Un risultato, questo, che assume un peso specifico rilevante se letto all’interno di uno scenario geopolitico, come è stato ricordato nel corso della presentazione di Tuttofood 2026, nel quale la necessità di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi diventa una priorità strategica. La scelta, ha sottolineato Lollobrigida, è stata quella di indirizzare l’ottanta per cento delle risorse disponibili verso impianti da fonti rinnovabili collocati esclusivamente sulle coperture degli edifici rurali, senza quindi consumare suolo agricolo.
Il programma ha visto una crescita progressiva delle proprie dotazioni finanziarie. Partito con una base iniziale, il fondo è stato oggetto di ripetuti rifinanziamenti che ne hanno ampliato la portata. L’ultimo stanziamento, pari a circa ottocento milioni di euro, ha portato la dotazione complessiva a superare i tre miliardi. Le risorse aggiuntive, come specificato dal dicastero, sono destinate a un nuovo bando che consentirà ad altre migliaia di imprese di accedere ai contributi. Le domande per questa nuova tranche, che mette a disposizione quasi 789 milioni di euro, potranno essere presentate a partire dalle ore 12 del 10 marzo e fino allo stesso orario del 9 aprile 2026, tramite la piattaforma informatica gestita dal GSE.
Osservando i numeri complessivi dell’iniziativa, l’incremento della potenza installabile è stato notevole. Il target inizialmente previsto, che si attestava sui 375 megawatt, è stato quadruplicato, superando i 1500 megawatt. Per il comparto agricolo ciò si traduce in un aumento della capacità solare del 47,7 per cento rispetto a quella preesistente. I progetti già ultimati, che riguardano oltre quindicimila imprese per una potenza di circa mille megawatt, hanno determinato un aumento effettivo della capacità installata del ventisei per cento. In alcune regioni meridionali, come Campania, Molise e Puglia, la crescita è stata ancora più marcata, toccando punte superiori al cento per cento.
La misura, come spiegano i documenti ufficiali, non si limita alla produzione energetica. Tra gli interventi finanziati rientrano anche la rimozione dell’amianto dalle coperture – che ha già portato allo smaltimento di oltre tre milioni e mezzo di metri quadrati, pari al 2,4 per cento delle superfici mappate – e l’installazione di sistemi di accumulo. Questi ultimi, presenti in più di diciassettemila progetti, hanno dotato le imprese agricole di una capacità di accumulo pari al 7,9 per cento del totale italiano registrato dal Gse nel 2024. Si tratta di interventi che, nel loro insieme, contribuiscono a migliorare l’efficienza e la sostenibilità delle strutture produttive, dalle stalle ai magazzini, passando per cantine e serre.
I nuovi criteri di accesso e la procedura a sportello per il bando 2026
Con la pubblicazione del nuovo avviso, il ministero ha definito le regole per la presentazione delle istanze. La procedura sarà a sportello, con assegnazione dei fondi fino a esaurimento delle risorse, e prevede una riserva del quaranta per cento per i progetti localizzati in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Una delle novità introdotte riguarda i criteri di priorità: verranno favorite le imprese già in possesso dell’iscrizione alla rete agricola di qualità, così come quelle che impiegheranno moduli fotovoltaici i cui produttori risultano iscritti al registro Enea, ricadendo nelle categorie B o C che garantiscono standard qualitativi più elevati. Per queste ultime, tra l’altro, è previsto anche un massimale di spesa più alto, fino a 1500 euro per kilowatt, mentre per i modelli di categoria A il tetto scende a mille euro.
Le tipologie di beneficiari sono state suddivise in quattro tabelle, ciascuna con una dotazione finanziaria dedicata. Quattrocentosettantatre milioni di euro sono destinati alle imprese di produzione agricola primaria che intendono realizzare impianti per l’autoconsumo, mentre centoquaranta milioni sono riservati alla stessa categoria ma senza il vincolo dell’autoconsumo esclusivo. Centocinquanta milioni vanno alle imprese di trasformazione di prodotti agricoli e dieci milioni, infine, a quelle che trasformano prodotti agricoli in non agricoli. In tutti i casi, l’intensità del contributo a fondo perduto può arrivare all’ottanta per cento della spesa ammissibile, percentuale che può scendere per investimenti di maggiore entità o per specifiche categorie di soggetti.
I benefici attesi e l’impatto sul sistema produttivo agricolo
Secondo le stime diffuse dal ministero, l’effetto combinato degli impianti già finanziati e di quelli in procinto di esserlo porterà, nell’arco di vent’anni, a un risparmio complessivo di undici miliardi di euro per le casse delle aziende agricole. Un risparmio che deriva dalla riduzione dei costi in bolletta e che, in un periodo storico caratterizzato dalla volatilità dei prezzi dell’energia, rappresenta un fattore di competitività non trascurabile. A questo si aggiunge, come è stato fatto notare dalle stesse organizzazioni di categoria, la possibilità per gli imprenditori di diversificare il proprio reddito e di pianificare con maggiore certezza gli investimenti futuri, grazie alla stabilità offerta dall’autoproduzione energetica.
Il tema del consumo di suolo, centrale nell’impostazione della misura, è stato più volte ribadito. Se gli stessi pannelli fossero stati collocati a terra, si stima che sarebbero stati necessari circa tremila ettari di terreno agricolo, sottratti quindi alla produzione alimentare. L’utilizzo delle superfici già impermeabilizzate, come i tetti dei fabbricati rurali, evita questo problema e permette di coniugare la transizione energetica con la tutela della risorsa suolo. Un approccio, questo, che ha ricevuto consensi anche a livello europeo, tanto che la Commissione ha più volte rifinanziato l’iniziativa.




