Pamela Genini, la procura affida ai periti l’analisi dello scempio al cimitero di Strozza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il 15 ottobre scorso, quando Gianluca Soncin, un cinquantaduenne originario di Biella con un passato di guai giudiziari alle spalle legati a un’inchiesta sulle auto di lusso, ha inferto ventiquattro coltellate a Pamela Genini sul balcone del suo appartamento a Milano, la vicenda sembrava destinata a chiudersi nella drammatica staticità di un femminicidio “classico”. Invece, a distanza di cinque mesi, l’orrore si è riproposto con una ferocia inaspettata nel piccolo cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo, trasformando quella che doveva essere una tumulazione definitiva in una scena da incubo. La salma della modella ventinovenne è stata profanata, il feretro aperto e, particolare agghiacciante che ha riacceso i riflettori mediatici, la testa è stata portata via. Di fronte a questa escalation di violenza post mortem, la Procura di Bergamo ha deciso di abbandonare le ipotesi e di aggrapparsi ai dati scientifici, conferendo un incarico ufficiale a un trio di esperti per tentare di ricostruire la dinamica e, forse, risalire ai profanatori.

Tre esperti per un’ispezione che si preannuncia cruciale

L’8 aprile, all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, si consumerà un passaggio fondamentale di questa complessa inchiesta. I periti Matteo Marchesi e Marco Cummaudo, affiancati da Antonello Cirnelli (quest’ultimo nominato per assistere la parte offesa, ovvero la famiglia della vittima), avranno il compito di analizzare i resti mortali della ragazza con il microscopio, letteralmente. La Procura, infatti, ha chiesto loro di chiarire almeno tre nodi essenziali: i tempi esatti della decapitazione, lo strumento utilizzato per compierla (se una lama ruvida, un seghetto o un oggetto specifico in grado di lasciare tracce metalliche) e la presenza di eventuali residui biologici estranei al di Pamela. In pratica, i consulenti dovranno stabilire se il taglio sia stato eseguito in una fase precoce, magari quando i tessuti erano ancora freschi, o su un corpo già in avanzato stato di decomposizione: una distinzione, quest’ultima, che potrebbe dire molto sull’organizzazione e la pianificazione del raid notturno al camposanto.

Il giallo della “testa sparita” e le dichiarazioni dell’ex

Mentre gli inquirenti mantengono il massimo riserbo sugli sviluppi delle indagini, è Francesco Dolci, che si presenta come l’ex fidanzato della vittima e l’ultimo ad averla sentita al telefono prima del massacro, a fornire una chiave di lettura alternativa e destabilizzante. Dolci, che le procure di Milano e Bergamo hanno più volte invitato a limitare le sue apparizioni televisive per non compromettere il materiale probatorio, non ha alcuna intenzione di rimanere in silenzio. Da giorni, l’uomo rilascia interviste in cui sostiene che la violazione della tomba non sia un atto isolato di follia, bensì il tassello di un “disegno criminale” più ampio. Secondo il suo racconto, infatti, Pamela sarebbe rimasta invischiata in un giro di riciclaggio di denaro, usata come “copertura” da una rete di individui senza scrupoli; la stessa testa della ragazza, ipotizza Dolci, sarebbe stata rimossa per intimidire lui stesso, che sapeva troppo.

Un quadro investigativo a doppio binario

La Procura di Bergamo, che indaga separatamente sulla profanazione e sul furto del cranio, sta valutando con attenzione le parole di Dolci, incrociandole con i riscontri tecnici che emergeranno dalla perizia. D’altra parte, la madre di Pamela, Una Smirnova, vive in un calvario parallelo, scagliandosi non solo contro gli autori dello scempio, ma anche contro lo stesso Dolci, accusato di trattenere illegalmente la cagnolina della figlia, Bianca, utilizzandola come “scudo mediatico” durante le sue apparizioni in tv. In attesa che la scienza fornisca le prime risposte concrete sull’autopsia dell’8 aprile, l’unica certezza è che la morte di Pamela Genini, già segnata da una violenza inaudita, continua a non concedere tregua nemmeno alla sua tomba.

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