Milano, tra il corteo dei patrioti leghisti e la guerriglia degli antagonisti in via Borgogna

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La pioggia battente che nel primo pomeriggio si è abbattuta sul capoluogo lombardo non ha certo raffreddato gli animi, né tantomeno scoraggiato le migliaia di attivisti scesi in strada per quella che si preannunciava come una delle giornate di mobilitazione più complesse dell’anno. Se da un lato, puntuale come un orologio svizzero, è partito da Porta Venezia il serpentone leghista dei “Patrioti europei” – forte di circa duemila partecipanti secondo le stime delle forze dell’ordine – dall’altro le maglie della città si sono strette attorno a tre diversi cortei di contro-protesta, capaci di ricomporre un fronte variegato che spaziava dai centri sociali alle associazioni del terzo settore, passando per le anime più radicali della sinistra antagonista. E proprio quest’ultima frangia, in particolare quella radunatasi a piazza Tricolore con destinazione piazza Santo Stefano, è stata la protagonista degli scontri più duri: l’utilizzo di idranti da parte degli agenti in via Borgogna ha infatti rappresentato l’immagine più vivida e cruenta di una tensione che covava sotto la cenere fin dalle prime ore del mattino.

La piazza della Lega e i cori contro l’Europa “ladrona”

Non c’è stata alcuna defezione di rilievo tra i ranghi del Carroccio, che ha letteralmente invaso i bastioni di Porta Venezia con un simbolo tanto semplice quanto efficace: un trattore in testa al corteo a ricordare le battaglie identitarie sul “Made in Italy”, affiancato da una lunga teoria di sindaci e amministratori locali in fascia tricolore con la scritta “Padroni a casa nostra”. La colonna sonora della discesa verso il Duomo – dove nel frattempo veniva allestito il palco per i comizi – è stata affidata a ritmi popolari (da Renato Zero a Raffaella Carrà), ma sono stati i cori a catturare l’attenzione degli osservatori: se “Europa ladrona, la Lega non perdona” rappresenta una sorta di classico aggiornato ai tempi della crisi economica, ben più esplicito è stato il passaggio in cui la folla ha intonato “Europa cristiana, mai musulmana” e “Fuori tutti i clandestini”. Sul palco, dove erano attesi i pesi massimi del sovranismo continentale come Geert Wilders e Jordan Bardella, l’obiettivo dichiarato era quello di rivendicare un’identità “occidentale” minacciata, con il ministro Valditara presente a suggellare l’asse tra governo e piazza.

I tre fronti della controffensiva e l’assalto al cordone

A fronteggiare l’onda verde della Lega non c’era però un solo avversario, ma un vero e proprio arcipelago politico che ha organizzato la sua controffensiva su tre direttrici principali. La prima, più istituzionale e “informale” – come hanno tenuto a sottolineare gli organizzatori – vedeva la presenza di iscritti del Partito Democratico, dell’Anpi e della Cgil i quali, pur essendo in piazza, hanno scelto di farlo senza esibire bandiere o striscioni ufficiali. Una scelta, questa, che ha generato un netto contrasto con l’atteggiamento tenuto da Rifondazione Comunista e Alleanza Verdi e Sinistra, scese in campo a viso aperto con i propri vessilli. La seconda direttrice era rappresentata dal corteo “Milano è migrante”, partito da piazza Lima con l’intento dichiarato di opporsi a quella che i manifestanti definiscono una deriva razzista. La terza, infine, quella dei centri sociali e degli “antagonisti” – partita da piazza Tricolore – è stata purtroppo l’unica a finire sui titoli di coda delle cronache per gli episodi di guerriglia urbana: qui, coperti da un lungo striscione protettivo con su scritto “Ieri partigiani oggi antifascisti”, alcuni incappucciati hanno tentato di forzare il blocco delle forze dell’ordine, finendo per innescare una reazione a catena di petardi, bottiglie e lacrimogeni.

Via Borgogna, l’epicentro della tensione

Il cuore pulsante della crisi è stato senza dubbio via Borgogna, a pochi passi da San Babila. Qui, dove gli agenti avevano predisposto un cordone per impedire ai manifestanti più irriducibili di raggiungere piazza Duomo, la situazione è rapidamente degenerata. I cronisti presenti hanno raccontato di una ressa furiosa: da un lato gli idranti delle forze dell’ordine utilizzati per disperdere la folla e proteggere l’area sensibile del centro, dall’altro una pioggia di oggetti contundenti e fumogeni lanciati dagli antagonisti nel tentativo – riuscito solo in parte – di sfondare lo sbarramento. È interessante notare come a questa frangia più estrema si sia mescolata anche una rappresentanza dei movimenti pro-Palestina, confluiti spontaneamente nel percorso dopo essersi radunati inizialmente in piazza Argentina. Le grida di “Servi dello Stato” e i tentativi di deviazione dal percorso prestabilito hanno trasformato quello che doveva essere un semplice atto di dissenso in un faccia a faccia violento con la polizia, offuscando – almeno nelle ore più calde – la pluralità delle voci che animavano la protesta contro il summit dei Patrioti.

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