Milano blindata per il summit dei Patrioti, tre cortei antagonisti e tensione alta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Milano si è risvegliata, sabato 18 aprile, sotto una pesante cappa di sicurezza, trasformandosi in un campo minato sul quale si muovono tre cortei dalle traiettorie opposte e pericolosamente vicine. Da un lato, la manifestazione principale dei Patrioti europei, organizzata dalla Lega e culminata in piazza Duomo con la presenza del segretario Matteo Salvini e dei leader sovranisti del continente; dall’altro, una duplice risposta del fronte antagonista, che ha articolato la propria protesta su due direttrici distinte, creando una geografia della tensione che il Comitato per la sicurezza ha cercato disperatamente di tenere sotto controllo, dispiegando un dispositivo imponente per evitare il contatto fisico tra le fazioni.

La vigilia era stata infuocata, segnata dal tentativo della maggioranza di Palazzo Marino di arginare l’evento con appelli formali a prefetto e questore – un’azione rivelatasi poi inutile sul piano pratico – mentre i centri sociali si mobilitavano per organizzare la controffensiva. Il corteo principale dei Patrioti, partito dalla zona di Porta Venezia con in testa i sindaci leghisti e lo striscione “Padroni a casa nostra”, ha sfilato tra bandiere italiane e della Lega, preceduto da alcuni trattori parcheggiati di fronte al Duomo sui quali campeggiavano scritte come “Fuck Ue, No Mercosur”. Al passaggio davanti a Palazzo Marino, il corteo non ha risparmiato fischi e cori di dissenso verso il sindaco Beppe Sala, bersaglio simbolico della rabbia del Carroccio.

Tre direttrici di protesta contro il “Remigration summit”

Mentre i sostenitori di Salvini occupavano il cuore della città, la contro-mobilitazione si è frazionata in tre diversi spezzoni, raccogliendo l’eredità ideologica dei centri sociali e dei movimenti antagonistici. Il primo, organizzato dai collettivi milanesi, è partito da piazza Tricolore coinvolgendo realtà come il centro sociale Lambretta, lo Zam e i militanti di Dax Resiste; il loro percorso era destinato a concludersi in piazza Santo Stefano, a ridosso dell’Università Statale, e cioè a una distanza volutamente ravvicinata ma non pericolosa dal palco dei Patrioti. Un secondo corteo, battezzato “Milano è migrante. Fuori i razzisti e i fascisti da Milano”, è partito invece da piazza Lima, animato da un fronte più ampio che mescolava partiti di sinistra, associazioni antirazziste e semplici cittadini. A queste due anime si è aggiunto un terzo gruppo, quello della galassia filo-palestinese, che ha scelto piazza Argentina come punto di ritrovo per poi confluire nei percorsi degli altri due spezzoni.

Tra i manifestanti antagonisti non sono mancati episodi di rottura della copertura informativa: alcuni giornalisti, presenti per documentare la giornata, sono stati bersaglio di ostilità e allontanamenti forzati. In un clima di forte radicalizzazione, alcuni esponenti dei cortei hanno rincarato la dose urlando slogan come “Siamo tutti clandestini”, rovesciando simbolicamente sul piano dell’identità la retorica leghista che impregnava l’evento principale. La tensione, palpabile lungo tutto l’arco del pomeriggio, ha tenuto in allerta le forze dell’ordine, incaricate di mantenere inviolabile il cordone sanitario che separava le due piazze nemiche.

Il palco di piazza Duomo e l’assedio annunciato

Sul palco allestito sotto l’ombra del Duomo, Salvini ha raccolto attorno a sé l’intero arsenale del sovranismo europeo, con ospiti arrivati da Francia, Olanda e Grecia per celebrare un’alleanza che si presenta come il polo alternativo alle politiche di accoglienza della Commissione Europea. I trattori parcheggiati di fronte al simbolo della città, insieme ai cori contro l’immigrazione clandestina e le istituzioni comunitarie, hanno disegnato lo scenario di una Milano blindata e spaccata in due, dove l’orgoglio municipalista di chi si sente “padrone a casa propria” si scontra frontalmente con la narrazione opposta di chi – come i centri sociali – rivendica il carattere multietnico e migrante del capoluogo lombardo.

La strategia della giunta Sala, che aveva tentato per vie legali di impedire il raduno, si è infranta contro il muro delle autorizzazioni di pubblica sicurezza, lasciando alla polizia il solo compito di gestire una distanza ravvicinatissima tra i contendenti. I tre cortei antagonisti, pur muovendosi su traiettorie diverse, hanno di fatto cinto d’assedio il centro cittadino, costringendo il dispositivo di sicurezza a un dispiegamento di forze massiccio per evitare che qualche deviazione improvvisa trasformasse la tensione in scontri aperti.

La cacciata dei cronisti e lo slogan dell’illegalità diffusa

L’episodio che più ha segnato il clima di scontro, al di là delle dinamiche politiche, è stato quello che ha visto protagonisti i giornalisti presenti sui luoghi della protesta antagonista. In un crescendo di ostilità verbale, alcuni operatori dell’informazione sono stati letteralmente cacciati dai cortei, con gli aggressori che giustificavano l’atto con un principio di uguale illegittimità: “Siamo tutti clandestini”, urlavano, equiparando la presenza dei cronisti – nel loro ruolo di osservatori terzi – a quella degli immigrati irregolari al centro del dibattito politico. Si tratta di un’evoluzione significativa del rapporto tra movimenti e stampa, che in questo caso ha visto saltare quel tacito accordo di copertura neutrale che di solito regola le grandi manifestazioni.

La risposta istituzionale a questo atteggiamento è affidata ora agli sviluppi delle forze dell’ordine, che hanno raccolto le testimonianze degli operatori aggrediti. L’intera giornata milanese, insomma, restituisce l’immagine di una città che si preparava da settimane a questo scontro – con la maggioranza civica che tentava invano la carta dell’appello al prefetto – e che ha visto realizzarsi il timore di un contatto ravvicinato tra due Italie che non si parlano e che, almeno per oggi, hanno scelto la piazza come campo di battaglia esclusivo. I trattori sono rimasti parcheggiati fino a sera, mentre i centri sociali si sono dispersi solo dopo aver scandito fino all’ultimo i loro slogan contro il “remigration summit”.

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