La mancata qualificazione ai mondiali, il piano Baggio del 2011 e il costo dell’ennesima debacle per Rai e Dazn

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La notte di Zenica ha restituito all’Italia una fotografia ormai consunta, quella di una nazionale che per la terza volta consecutiva – a distanza di otto anni dalla prima, dolorosa esclusione dal Mondiale russo – si trova a guardare l’appuntamento più importante del calcio planetario dalla finestra. L’eliminazione, sancita da un campo che ha visto gli azzurri cedere sotto i colpi della Bosnia, non ha però il sapore amaro della sola sconfitta sportiva; si trascina dietro, inevitabile, una scia di interrogativi strutturali che riportano indietro nel tempo, fino a quel 2011 quando un progetto di riforma radicale, passato alla storia come il “piano Baggio”, venne archiviato senza mai vedere la luce. A distanza di oltre un decennio, il confronto tra ciò che si sarebbe potuto fare e ciò che si è scelto di non fare diventa il parametro più lucido per misurare l’entità di un fallimento che non è solo di una squadra o di un singolo commissario tecnico.

Il peso economico della disfatta: Rai e Dazn perdono il giro d’affari mondiale

Se sul piano emotivo la mancata qualificazione rappresenta una ferita per il tifo italiano, sul piano industriale si configura come un vero e proprio buco nero per i broadcaster che avevano investito sulla corsa verso la rassegna. Rai e Dazn, seppur con esposizioni finanziarie molto diverse tra loro – va detto –, avevano vinto l’asta per la trasmissione delle partite degli azzurri contando su un ritorno di pubblico che ora, con l’esclusione, si rivela in larga parte evaporato. Per Viale Mazzini lo scotto è particolarmente doloroso: il 70% di share registrato nella serata decisiva contro la Bosnia, un dato che ha portato oltre nove milioni di italiani davanti al video, rappresenta infatti la misura di un’occasione perduta. Quel pubblico, che avrebbe potuto seguire l’Italia nelle fasi finali del torneo garantendo percentuali d’ascolto satellitari – si ipotizzava un consolidamento intorno al 75% degli spettatori –, ora non sarà più un bacino su cui contare per la durata dell’evento mondiale. L’intero castello di ricavi pubblicitari e di visibilità, costruito attorno alla partecipazione alla competizione, crolla lasciando i due operatori a dover ricalcolare i termini di un investimento che, per la Rai in particolare, si trasforma in una perdita secca di prospettiva.

La tempistica delle dimissioni di Gravina e il nodo irrisolto del rinnovamento

Nel caos che segue l’eliminazione, la posizione del numero uno della federazione, Gravina, diventa il barometro della tenuta del sistema. Le sue eventuali dimissioni, qualora arrivassero nei prossimi giorni, sarebbero lette dagli osservatori meno come un gesto formale e più come un atto di chiarezza necessario: la premessa indispensabile, insomma, per lasciare campo libero a quel processo di rinnovamento che il calcio italiano continua a inseguire senza mai afferrarlo. L’analisi dello stato delle cose restituisce l’immagine di una governance che, dopo il primo “schiaffo mondiale” del 2018, aveva scelto la strada del rinvio, tamponando le emergenze senza intervenire sulle radici della crisi. Nel piccolo stadio bosniaco, di fronte a una nazionale avversaria che non aveva nulla da perdere, è franato proprio quell’ultimo, faticoso tentativo di tenere in piedi un impianto che dimostra di non reggere più il confronto con la realtà. Le parole del ministro dello sport, Abodi, giunte al termine della gara, hanno cercato di mettere una barriera emotiva attorno alla débâcle: ringraziando “la squadra e il suo allenatore per l’impegno che hanno dimostrato anche ieri sera”, l’esponente del governo Meloni ha ricordato come “i nostri atleti ci abbiano regalato enormi soddisfazioni in tante discipline”, sottolineando che “il calcio è uno sport e, in un tempo di crisi militari ed economiche come questo, non va caricato di significati eccessivi”. Una riflessione che, se da un lato tenta di ridimensionare la portata dell’evento, dall’altro non può cancellare la specificità di un’assenza che pesa come un macigno sul movimento.

Il “piano Baggio” e il cantiere mai aperto del calcio italiano

Per capire l’origine di un declino divenuto ormai cronico, bisogna recuperare la memoria di quei tentativi di riforma che finironi nel dimenticatoio. Era il 2011 quando un progetto di riorganizzazione radicale del calcio italiano, elaborato dall’allora capo della delegazione tecnica della Figc, venne presentato con l’ambizione di ridisegnare il sistema dei vivai, la struttura dei campionati e il rapporto tra club e nazionali. Quel “piano Baggio”, mai attuato, conteneva in sé gran parte delle soluzioni – dall’abbassamento dell’età dei calciatori stranieri nei settori giovanili alla riforma delle leghe – che ancora oggi vengono invocate come rimedi a un male diagnosticato da tempo. Il fatto che quelle proposte non abbiano mai trovato attuazione concreta racconta di una gestione che ha anteposto interessi particolari e conservazione del potere alla prospettiva di un cambiamento doloroso ma necessario. La mancanza di coraggio, evocata ieri sera come una sorta di “malattia più grave” del calcio italiano, ha radici precise in quelle scelte mancate; e la sconfitta sportiva, per quanto dolorosa, diventa solo il sintomo più evidente di una struttura che ha smesso di crescere quando aveva già in mano la cartina per uscire dal labirinto.

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