Il dispiegamento della Martinengo e le nuove rotte della diplomazia nel Mediterraneo allargato

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La fregata ITS Federico Martinengo, partita dal porto di Taranto con un equipaggio di oltre centosessanta militari a bordo, sta facendo rotta verso le acque antistanti Cipro, dove andrà a rafforzare – stando a quanto riferito dallo Stato Maggiore della Marina – il dispositivo di difesa e sorveglianza dell’isola. L’unità, commissionata nell’ambito del programma italo-francese FREMM (European Multi-Mission Frigate) e varata per la prima volta nel 2018, rappresenta una delle piattaforme più avanzate di cui l’Italia dispone nel bacino del Mediterraneo: si tratta di una nave multiruolo lunga circa centoquarantaquattro metri, con un dislocamento che supera le seimila tonnellate e la capacità di ospitare a bordo, a seconda delle esigenze di missione, anche velivoli ad ala rotante come gli NH90 o gli AW101. Non si tratta, però, del solo assetto militare in movimento in questi giorni. Fonti di stampa specializzate parlano di un coordinamento più ampio, che vedrebbe coinvolte, accanto all’Italia, anche la Spagna, la Francia e i Paesi Bassi, ciascuno chiamato a contribuire con propri mezzi navali o aerei alla stabilità di un quadrante, quello compreso tra il Levante e le coste cipriote, tornato improvvisamente al centro dell’attenzione dopo l’escalation che ha coinvolto Stati Uniti e Israele da una parte e la Repubblica Islamica dell’Iran dall’altra.

Un arsenale integrato per la deterrenza nel Levante

La Federico Martinengo, che dovrebbe giungere a destinazione presumibilmente entro un paio di giorni dalla partenza, non è una semplice nave di pattugliamento. Il suo arsenale, frutto del programma congiunto con la Francia, comprende un sistema di lancio verticale Sylver A50 in grado di impiegare missili della famiglia Aster per la difesa antiaerea e antimissile, oltre a un complemento di siluri MU90 per la lotta antisommergibile e a un cannone principale da 127 millimetri, supportato da un secondo pezzo da 76 con sistema Strales per l’ingaggio di bersagli di superficie. È una dotazione che consente all’unità di operare in scenari complessi, dalla protezione delle rotte energetiche – e si sa quanto il gas del Mediterraneo orientale sia conteso – alla scorta di convogli civili o militari, fino alla partecipazione a missioni di presenza navale in teatri di crisi. La decisione di inviare proprio questo tipo di fregata, e di farlo in tempi così rapidi, suggerisce che l’Italia abbia valutato con attenzione il livello di allerta nella regione: negli ultimi giorni, del resto, si è registrato un attacco con drone contro la base britannica di Akrotiri, una delle installazioni strategiche che il Regno Unito mantiene sull’isola, e questo ha spinto diversi Paesi europei a rafforzare le proprie misure di sicurezza, schierando sistemi di difesa aerea e unità navali aggiuntive.

La pressione economica di Washington e i colloqui con Pechino

Mentre le navi da guerra prendono posizione nel Mediterraneo orientale, sul fronte diplomatico ed economico si gioca un’altra partita, non meno decisiva. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, in queste stesse ore, starebbe valutando la possibilità di chiedere alla Cina una riduzione sostanziale degli acquisti di petrolio proveniente dalla Russia, considerato da Washington uno dei carburanti che alimentano la macchina bellica di Mosca. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, e ripreso da agenzie internazionali, Bessent avrebbe avuto colloqui con ex funzionari americani, dirigenti d’azienda e analisti politici, nel tentativo di costruire una strategia che spinga Pechino a orientarsi verso prodotti petroliferi e gas made in Usa. L’operazione, se condotta in porto, avrebbe l’effetto di colpire due obiettivi con un’unica leva: da un lato ridurre i proventi russi derivanti dalle esportazioni energetiche, dall’altro aprire nuovi spazi per l’industria energetica americana, in un momento in cui le tensioni in Medio Oriente rendono ancora più volatili i prezzi e le rotte del greggio. Bessent, nel corso del suo intervento al World Economic Forum di Davos, aveva già sottolineato come l’Europa continui a comprare petrolio russo a distanza di quattro anni dall’inizio del conflitto, e aveva elogiato l’effetto delle tariffe imposte dall’amministrazione Trump, che avrebbero indotto l’India a rallentare – se non a interrompere – le proprie importazioni da Mosca. La Cina, però, rimane il nodo cruciale: Pechino è infatti uno dei principali acquirenti di greggio russo e iraniano, e una sua eventuale disponibilità a ridurre tali acquisti in cambio di maggiori forniture statunitensi rappresenterebbe una svolta non da poco negli equilibri globali.

Il ruolo dell’ambasciate e la complessa situazione iraniana

In questo scenario di movimenti militari e pressioni finanziarie, resta aperto il capitolo delle rappresentanze diplomatiche in Iran, dove l’escalation degli ultimi giorni ha reso necessario un aggiornamento costante dei protocolli di sicurezza. Le ambasciate occidentali a Teheran, e in particolare quelle dei Paesi europei, stanno monitorando con attenzione l’evolversi della situazione, anche alla luce dei raid combinati condotti da Stati Uniti e Israele contro obiettivi della Repubblica Islamica, raid che hanno portato, secondo fonti internazionali, all’uccisione di circa cinquanta alti funzionari politici e militari e che hanno aperto nuovi fronti di tensione in Libano e in Iraq. L’Italia, come altri partner europei, mantiene aperta la propria sede diplomatica, sebbene le misure di sicurezza siano state inasprite e il personale non essenziale, in alcuni casi, sia stato temporaneamente ridotto. La direttiva, in tutte le cancellerie, è quella di condividere in tempo reale le informazioni relative a richieste specifiche che potrebbero arrivare dagli Stati Uniti, per esempio in merito all’utilizzo delle basi militari presenti sul territorio dei singoli alleati: un tema delicato, emerso con chiarezza dopo le richieste di Trump ai leader europei di poter fare uso delle installazioni dislocate in Europa per operazioni di supporto logistico. Finora, solo pochi governi hanno dato il via libera, mentre altri, come quello spagnolo, hanno opposto un rifiuto esplicito, e l’Italia, per bocca della presidente del Consiglio Meloni, ha mantenuto un profilo cauto, ribadendo la necessità di tenere insieme la coesione atlantica senza per questo assumere posizioni avventate.

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