Dwayne Johnson a Venezia tra lacrime e applausi, ma "The Smashing Machine" fatica a convincere
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Dwayne Johnson, che da vent'anni ormai ha abbandonato il ring per il set cinematografico, è approdato alla Mostra del Cinema di Venezia con "The Smashing Machine", il biopic diretto da Benny Safdie che racconta la vita tormentata del campione di arti marziali miste Mark Kerr. L’attore, visibilmente commosso, ha ricevuto sul red carpet del Lido una standing ovation da quindici minuti, la più lunga della kermesse, per un’interpretazione che molti già indicano come favorita per la Coppa Volpi. “Sono qui nella splendida Venezia, questo è come un sogno che si avvera”, ha dichiarato Johnson, definendo questa la sua prima performance “seria”.
Tuttavia, al di là dell’entusiasmo del pubblico e della potenza carismatica della sua star, il film – della durata di due ore – sembra navigare senza trovare una rotta precisa. La pellicola, infatti, oscilla incespicando tra due nuclei narrativi distinti: da un lato, la storia sportiva di un lottatore che deve imparare ad accettare la sconfitta; dall’altro, il ritratto più cupo e intimista di un uomo il cui mondo personale, minato da dipendenze e fragilità, rischia costantemente di andare in frantumi.
Questa indecisione di fondo, che impedisce al racconto di scavare in profondità in una direzione chiara, riporta inevitabilmente alla memoria altri illustri predecessori. Il confronto con "The Wrestler" di Darren Aronofsky, struggente e crudo affresco di un campione in autodistruzione, è d’obbligo, così come l’ombra del mito di "Rocky" creato da Sylvester Stallone. È proprio questo eccesso di modelli, forse, ad appesantire la visione, ingolfando la memoria storica dello spettatore con un canovaccio ormai fin troppo noto, quello dell’eroe la cui caduta è tanto spettacolare quanto prevedibile.




