The Smashing Machine, Dwayne Johnson nei panni di Mark Kerr oltre ogni limite
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Attraverso il corpo di Dwayne Johnson, Benny Safdie è riuscito a entrare nella testa di Mark Kerr. Lo ha fatto in un modo talmente credibile da superare persino la distanza anagrafica che, in teoria, avrebbe potuto rappresentare un ostacolo; l’attore, infatti, aveva circa cinquantadue anni durante le riprese, mentre il lottatore di arti marziali miste, nel periodo in cui è ambientata la pellicola, ne aveva circa trenta. Il cineasta è riuscito a scavalcare questa barriera perché ha costruito l’interpretazione non soltanto sul gesto atletico, sulla potenza fisica e sulla tecnica di combattimento, ma soprattutto per come ha reso autentico e palpabile il suo inferno personale. La macchina da presa, infatti, non si limita a seguire le sue gesta nell’ottagono, ma osserva ciò che accade quando le luci dell’arena si spengono e rimane solo il silenzio, carico di tensioni e di fragilità.
L’inferno domestico oltre i riflettori
La pellicola, che arriva nelle sale italiane distribuita da I Wonder Pictures, racconta la storia di una leggenda delle MMA, ma lo fa sfondando deliberatamente ogni cliché del biopic sportivo. Il nucleo drammaturgico più profondo, quello che conferisce spessore all’intera operazione, risiede infatti nella rappresentazione dei frequenti e logoranti scontri con la compagna Dawn, interpretata da Emily Blunt. La Blunt, che torna a recitare al fianco di Johnson dopo “Jungle Cruise” di Jaume Collet-Serra, non ricopre il ruolo della moglie-soprammobile, ma diventa la controparte necessaria in un rapporto complesso, segnato dalle pressioni della carriera e dalle dipendenze. Il loro legame, mostrato in tutta la sua cruda verità, diventa il vero ring in cui si combatte la battaglia più difficile, fatta di incomprensioni e di tentativi di sostegno.
Un’interpretazione che supera la fisicità
“The Smashing Machine” non è soltanto la storia di un campione, ma il ritratto di un uomo la cui vita sembra esplodere e implodere simultaneamente. Johnson, in quello che viene già definito come il ruolo della sua carriera, non si limita a mimare la prestanza atletica di Kerr; ne incarna la tormentata umanità, le debolezze e quella ricerca di redenzione che passa attraverso prove estenuanti. La sua performance ha attirato l’attenzione e gli elogi di Christopher Nolan, il quale, secondo quanto riportato, è “sceso in campo” per esaltarne la qualità, arrivando a definirla degna di una nomination all’Oscar. Un riconoscimento, questo, che sottolinea come il lavoro dell’attore abbia colto nel segno, andando ben al di là della mera immedesimazione fisica.
Il corpo che urla e la voce che trema
Ciò che rimane impresso, dopo aver visto i frammenti del film, non è solo l’intensità dei combattimenti, meticolosamente ricostruiti, ma la vulnerabilità di un gigante. La macchina da presa di Safdie non indugia sul sangue o sui colpi con un voyeurismo gratuito, ma cerca il pathos nelle piccole cose: nelle medicine sul comodino, negli sguardi persi dopo una vittoria, nelle parole non dette che pesano più di un pugno. Kerr, in definitiva, non viene celebrato solo per ciò che ha vinto, ma per ciò che ha sofferto e perso. Il film, evitando ogni facile retorica, restituisce l’immagine di un uomo completo, la cui forza in pubblico è spesso speculare alla sua fragilità in privato, in un equilibrio precario che affascina e commuove.




