The Smashing Machine, Dwayne Johnson come non l'abbiamo mai visto
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Benny Safdie, ricevuto il Leone d’Argento alla regia alla Mostra del Cinema di Venezia, consegna al pubblico un’opera che stravolge i canoni del biopic sportivo e, con essi, l’immagine pubblica del suo protagonista. The Smashing Machine, distribuito in Italia da I Wonder Pictures, non è semplicemente la trasposizione della vita di Mark Kerr, pioniere delle arti marziali miste; rappresenta piuttosto la gabbia, sia fisica che emotiva, in cui Dwayne Johnson si è volontariamente rinchiuso per abbandonare i panni dell’eroe granitico dei blockbuster e affrontare una sfida attoriale di profonda vulnerabilità. Il film, che vanta anche la partecipazione di Emily Blunt nel ruolo della moglie Dawn, costruisce attorno al Corpo dell’interprete un ritratto lacerante, costellato di cicatrici e di quelle debolezze umane che i suoi personaggi abituali tendevano a celare sotto una superficie d’invincibilità.
La metamorfosi di un'icona
Dall’altra parte dello schermo, durante un colloquio via Zoom, lo stesso Johnson rompe le distanze con un sorriso e una familiarità immediata, rivelando però, quasi in controtendenza con la sua proverbiale calma, di aver provato una sensazione inedita affrontando questo ruolo: la paura. “Finalmente ho avuto paura”, ha confessato l’attore, sottolineando come la volontà di sfidare sé stesso in un progetto destinato a durare nel tempo sia stata la molla principale. Una paura che, a suo dire, è stata vitale tanto quanto la rappresentazione del dolore, elementi che hanno contribuito a un percorso trasformativo che, come ha egli stesso affermato, gli ha cambiato la vita. In questa discesa negli inferi personali di un atleta, Johnson indica la mente come il muscolo più importante, ribaltando la percezione comune che lo lega indissolubilmente alla sua prestanza fisica.
Il perfetto incastro tra regista e interprete
La scelta di affidare a Johnson il ruolo di Kerr appare, in superficie, come un incastro perfetto: un ex lottatore di wrestling divenuto star del cinema che interpreta un ex campione di mixed martial arts. Benny Safdie, però, ha sfruttato questa apparente simmetria non per una semplice celebrazione, ma per scavare nelle ombre che accomunano le due figure, costruendo meticolosamente addosso all’attore non solo il fisico del combattente ma anche il suo carico di fragilità. Il regista, noto per un cinema immersivo e crudo, rinchiude Johnson in una narrazione che è l’esatto opposto dei suoi film d’azione, costringendo lo spettatore a confrontarsi con un’umanità sofferente e complessa, lontana anni luce dagli stereotipi della figura dell’atleta invincibile.
Una storia vera oltre il ring
La pellicola, definita potente e spettacolare, trae la sua forza propulsiva da una travolgente storia vera, concentrandosi non solo sulle gesta sul ring del campione ma soprattutto sul tumultuoso rapporto con la vita privata, reso con esplosiva intensità dalla performance di Emily Blunt. La sua interpretazione dell’irrequieta e appassionata Dawn aggiunge un ulteriore, cruciale strato di drammaticità al racconto, mostrando le ricadute personali e familiari della parabola di Kerr. The Smashing Machine si configura dunque non come un film sul combattimento fine a sé stesso, bensì come un’indagine sul prezzo dell’ossessione, sulla lotta interiore e su quella ricerca di redenzione che trascende i confini dell’ottagono.




