Metalli preziosi, dopo mesi di rally arriva un tonfo epocale: ecco perché
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Redazione Economia
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I mercati, dopo una settimana di movimenti convulsi, hanno registrato una volatilità senza precedenti nelle materie prime, spingendo alcuni asset verso brusche correzioni. Oro e argento, insieme a platino e palladio, dopo aver toccato picchi storici in una cavalcata rialzista durata mesi, hanno infatti subito un tracollo nella parte conclusiva delle contrattazioni. La dinamica, che ha coinvolto anche le valute con il dollaro in forte oscillazione, ha avuto come protagonista assoluto l’argento, il quale, dopo aver superato la soglia psicologica dei centoventi dollari per oncia, ha perso quasi il quaranta per cento del proprio valore nel giro di poche ore. Un contraccolpo immediato, quello che si è verificato, il quale si è abbattuto con violenza anche sull’oro, il cui prezzo è crollato di quasi mille dollari in una sola giornata, passando dai cinquemilaseicento ai quattromilasettecentosettanta dollari per oncia.
Le cause tecniche di una correzione violenta
Dietro questa rapida discesa, che ha riportato alla memoria episodi speculativi del passato come il tentativo dei fratelli Hunt di controllare il mercato dell’argento agli albori degli anni Ottanta, operano meccanismi finanziari ben più sofisticati. Il fattore tecnico scatenante, infatti, è stato l’aumento dei requisiti di margine richiesti dal Comex per operare a leva sui contratti futures. L’ente, nella giornata di sabato, ha portato i margini dal sei all’otto per cento per l’oro e dall’undici al quindici per cento per l’argento, una mossa che ha costretto molti operatori a liquidare posizioni speculative per far fronte ai maggiori impegni di capitale. Questo intervento, unito a una presa di beneficio diffusa dopo il rally prolungato, ha innescato la vendita massiccia che ha travolto i listini.
Le ripercussioni immediate sulle borse europee
Le onde d’urto del crollo dei metalli preziosi si sono propagate con immediatezza nei listini europei, producendo effetti diametralmente opposti a seconda dei settori. A Londra, il plotone di coda dell’indice FT-SE 100 è stato composto interamente da compagnie minerarie, con nomi come Endeavour Mining, Fresnillo, Antofagasta e Anglo American che hanno accusato perdite tra il due e il nove per cento, finendo così anche tra i peggiori performanti del paniere Stoxx Europe 600. Una situazione che, al contrario, ha avvantaggiato il gioielliere Pandora alla Borsa di Copenaghen, il quale ha visto schizzare le proprie quotazioni grazie al crollo del costo della materia prima, un elemento che allevia le pressioni sui margini per gli attori del retail.
Lo scenario geopolitico e il nuovo contesto monetario
La frenata del rally, sebbene tecnicamente annunciata da tempo, è stata accelerata da un mutamento nell’assetto delle politiche monetarie statunitensi. La recente nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, un evento che il mercato ha interpretato come un possibile segnale di un cambio di rotta verso un approccio maggiormente restrittivo, ha infatti fornito il pretesto per un massiccio ripiegamento. L’ipotesi di tassi di interesse più elevati, che riduce l’attrattiva dei metalli non fruttiferi come l’oro, ha contribuito a spostare ingenti flussi di capitali verso altri asset, decretando la fine temporanea di una fase rialzista che sembrava inarrestabile. Molti degli investitori, i quali avevano accumulato posizioni importanti durante la salita, ne hanno approfittato per realizzare i profitti, accentuando la pressione al ribasso.




