Legge elettorale, il disco rotto della sinistra nervosa: è una truffa. A destra nessun tabù sulle preferenze

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La partita sulla nuova legge elettorale, incardinata in Parlamento con il deposito del testo da parte dei gruppi di centrodestra, si arena in un prevedibile ma non per questo meno aspro scontro tra maggioranza e opposizioni. Il provvedimento, un sistema proporzionale corredato da un premio di maggioranza – 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che raggiunga il 40% dei consensi, con un eventuale ballottaggio per chi si attesta tra il 35 e il 40% -1-2-7 – viene bollato dalle forze di opposizione come una “super-truffa”, una definizione, quest’ultima, che riecheggia gli slogan delle battaglie referendarie del passato e che Dario Franceschini, del Partito Democratico, ha riattualizzato paragonando la proposta alla “legge truffa” del 1953, nonostante allora, come lui stesso ricorda, la soglia per scattare fosse fissata al 50,1%.

E mentre il dibattito politico si infiamma, con Giuseppe Conte che attacca il governo accusandolo di voler “salvare i politici dalle inchieste” attraverso una riforma della giustizia parallela -1, all’interno dei partiti, e paradossalmente persino nel centrodestra che ha confezionato la riforma, si consumano riflessioni e distinguo che potrebbero, nei passaggi parlamentari, ridisegnare i contorni della legge. Il tema più spinoso, e che potrebbe fungere da apripista per intese trasversali, è quello delle preferenze. Assenti nel testo depositato, che prevede liste bloccate in collegi plurinominali -2-7, la loro introduzione è caldeggiata da più parti. Al di là delle vibranti proteste del Partito Democratico – con Antonio Decaro che, forte della sua esperienza di amministratore, avverte: “Errore non introdurle, si rafforzano le correnti” – e del Movimento 5 Stelle, è dentro la maggioranza che il tema trova sostenitori inaspettati.

Il fronte trasversale per le preferenze e le incognite del “Melonellum”

Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e storico esponente di Fratelli d’Italia, rompe pubblicamente il fronte compatto del suo partito, dichiarandosi apertamente favorevole alle preferenze. In un’intervista, Rampelli argomenta che sarebbe “il segnale inequivocabile di volersi giocare ad armi pari il consenso elettorale”, e auspica che il governo lasci libere le Aule parlamentari di esprimersi su questa scelta, senza imporre una linea dall’alto. Una posizione, la sua, che non è isolata e che incrocia le aperture provenienti da altri settori. Paolo Barelli, di Forza Italia, pur ponendo l’accento sulla priorità della stabilità, ha dichiarato che il suo partito “non è ostativo” all’introduzione delle preferenze, rilevando come queste siano già operative in tutte le altre elezioni, da quelle comunali a quelle europee. Una maggioranza alternativa in Parlamento, che metta insieme pezzi di centrodestra, Terzo Polo e singoli parlamentari di opposizione, potrebbe dunque materializzarsi, trasformando un dettaglio tecnico in un terremoto politico. L’obiettivo dichiarato del governo, come ha ribadito il vicesegretario di Forza Italia Stefano Benigni, rimane comunque quello di “dare stabilità al paese” attraverso un meccanismo che garantisca un vincitore chiaro e un esecutivo forte -1, un principio, quest’ultimo, che con le preferenze rischierebbe di indebolire il controllo delle segreterie sui singoli eletti.

Le reazioni dell’opposizione e il monito di Nardella sul premierato

Dall’altra parte dello schieramento, la chiusura è totale e la strategia, per ora, è quella del muro contro muro. L’indicazione dei vertici di Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, infatti, è netta: non si deve concedere nulla alla maggioranza, nemmeno entrando nel merito di singoli emendamenti, perché l’intero impianto della legge è da considerarsi “irricevibile”. Una posizione che mira a evitare di legittimare con la discussione parlamentare un testo che, a detta delle opposizioni, “demolisce i quorum di garanzia” per consegnare alla premiata ditta di governo un potere eccessivo. A gettare benzina sul fuoco del confronto è intervenuto, con argomentazioni che vanno al di là del semplice meccanismo di voto, Dario Nardella. L’europarlamentare dem, già sindaco di Firenze, ha messo in guardia da quelli che lui considera i risvolti costituzionali della riforma, sostenendo che la volontà dell’esecutivo non sia tanto quella di garantire la stabilità, quanto piuttosto quella di perseguire un disegno “plebiscitario”. A suo avviso, l’obiettivo nascosto sarebbe quello di ottenere una maggioranza “super larga” per controllare gli organi di garanzia, indebolendo al contempo il ruolo del Capo dello Stato attraverso l’elezione diretta del premier e la mancata indicazione del suo nome sulla scheda elettorale. Un attacco, lo ha definito, alla figura del presidente della Repubblica, in un crescendo di tensione che promette di accompagnare l’intero iter della proposta, ribattezzata “Stabilicum” o, con una certa ironia, “Melonellum”.

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