Produzione industriale in caduta libera, la Cgil: «Mai così dal dopoguerra»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Lo schema, ormai, è noto e si ripete con una monotonia che riflette la stagnazione dei cicli produttivi. L’Istat diffonde un dato allarmante, come è accaduto ieri comunicando il trentunesimo calo mensile su trentaquattro da quando Giorgia Meloni insediò il suo esecutivo a palazzo Chigi, e il governo, assieme alla sua maggioranza, preferisce il silenzio, un muro di assenza di commenti che parla più di qualsiasi dichiarazione ufficiale. Si attende, infatti, che giungano a breve i numeri sull’occupazione, i quali, mostrando un incremento quantitativo, forniranno all’esecutivo l’agognato pretesto per riaccendere i riflettori sulle narrazioni del cosiddetto melonismo, trascurando la qualità, spesso scarsa, di quei nuovi posti di lavoro.

Un’economia ferma in una società disgregata

L’aumento degli occupati, che qualcuno si affretta a celebrare come un successo, è un fenomeno che affonda le radici nel 2014, ben prima dell’attuale legislatura, e prosegue inesorabile superando di gran lunga quella crescita della produzione, esigua e claudicante, che non riesce a starne al passo. È questa discrepanza a erodere, giorno dopo giorno, la produttività del lavoro, un indicatore cruciale per la salute di un sistema-paese. Anche la riduzione del tasso di disoccupazione, sceso al 6% dal 2014, seppur significativa, nasconde ampi margini di miglioramento, considerando i milioni di inattivi in età lavorativa che potrebbero essere reinseriti. Molti degli impieghi creati, del resto, si rivelano di mediocre fattura: contratti a termine, forme di precariato strisciante, retribuzioni inadeguate che colpiscono soprattutto i giovani, le donne e le regioni del Mezzogiorno, alimentando un malessere sociale profondo.

Il tracollo industriale che unisce Italia e Germania

I numeri, quelli veri, dipingono un quadro disastroso e senza sconti. Ad agosto si è registrato un ulteriore, brusco, crollo dei volumi produttivi, in un declino che di fatto perdura da trentadue mesi e che trova una delle sue cause principali nella crisi del settore automobilistico e nelle difficoltà dell’economia tedesca, tradizionale motore d’Europa. È l’intera Unione Europea, in verità, a mostrare i segni di una preoccupante emorragia del suo comparto manifatturiero, un tempo colonna portante della sua potenza economica. C’è chi, come il ministro Giancarlo Giorgetti, prova a guardare oltre l’orizzonte cupo del presente, sostenendo che “per la seconda metà dell’anno le previsioni più aggiornate indicano una lieve accelerazione della crescita del Pil”, che supererebbe così il modestissimo +0,5% finora stimato.

I settori che tamponano l’emorragia

A fronte di un calo complessivo della produzione industriale pari al 2,4% su base mensile e al 2,7% su base tendenziale, con un arretramento di un punto percentuale dall’inizio dell’anno, alcuni comparti tentano di opporre resistenza. La farmaceutica, insieme a quello dei mezzi di trasporto e, in misura minore, ai settori dei macchinari e dell’elettronica, rappresentano gli argini che, per il momento, salvano il fatturato dell’industria italiana da un tracollo ancor più severo. La diminuzione, tuttavia, investe in pieno il comparto energia, mentre la manifattura in senso stretto, cuore pulsante del sistema, registra una perdita dello 0,7%, un segnale che non lascia spazio a facili ottimismi.

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