Le promesse di Netanyahu su Gaza e lo Stato palestinese tra respingimenti e giochi di potere
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Redazione Esteri
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Nel corso di una riunione di gabinetto che ha segnato l'ennesimo capitolo della crisi mediorientale, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito con fermezza la sua posizione riguardo al futuro della Striscia di Gaza e della Cisgiordania. «Finché sarò primo ministro, non ci sarà alcuno Stato palestinese», ha dichiarato, chiudendo di fatto ogni spiraglio verso quella che per decenni è stata considerata l'unica soluzione negoziata possibile al conflitto.
L'incontro, svoltosi ieri, ha visto il respingimento del documento in 15 punti del Board of Peace, un piano che subordinava il disarmo di Hamas a un graduale ritiro israeliano dai territori occupati.
Le condizioni imposte ai palestinesi e il rifiuto del piano di Trump
Il documento respinto dal governo israeliano conteneva clausole precise che, da un lato, richiedevano alle autorità palestinesi il riconoscimento formale dello Stato di Israele, l'abbandono di qualsiasi forma di violenza e l'accettazione di tutti gli accordi precedentemente sottoscritti; dall'altro, non imponevano obblighi speculari a Gerusalemme, che non sarebbe stata tenuta a riconoscere un'entità statuale palestinese né a rinunciare all'uso della forza in contesti operativi, né a considerarsi vincolata al rispetto di quei medesimi trattati internazionali che pure aveva contribuito a firmare
In passato. Questa asimmetria, già evidenziata da più parti come uno degli ostacoli principali alla ripresa del dialogo, ha trovato nella posizione di Netanyahu una conferma categorica, che si inserisce in una linea politica coerente con quanto dichiarato dallo stesso premier già negli anni passati e che, a suo dire, rappresenta la sola garanzia per la sicurezza nazionale.
La visita di Kushner e la pressione economica sull'Iran
Sullo sfondo delle dichiarazioni di Netanyahu si muove però una partita diplomatica che coinvolge direttamente gli Stati Uniti, con l'inviato speciale Jared Kushner atteso in Israele nella prossima settimana per colloqui che avranno al centro proprio la situazione nella Striscia. Kushner, genero e consigliere del presidente Donald Trump, si recherà anche al Cairo per incontrare i mediatori egiziani, qatarini e turchi, in un tentativo di rilanciare un'intesa che appare sempre più lontana.
Le tappe del viaggio includono un passaggio fondamentale per tastare il polso alle diplomazie regionali, mentre il Segretario del Tesoro americano Scott Bessent ha già alzato il tono dello scontro, minacciando di sottoporre l'Iran a un isolamento economico «come il mondo non ha mai visto prima», con nuove misure annunciate già dalla prossima settimana che potrebbero avere ripercussioni sull'intero scacchiere mediorientale.
I coloni, la destra religiosa e l'ostacolo allo Stato palestinese
Le analisi politiche interne a Israele, condotte da osservatori come Greta Cristini, mettono in luce come la rigidità della linea governativa sia strettamente legata al peso crescente assunto dai coloni e dalla destra religiosa nella base elettorale di Netanyahu. Questo segmento della società israeliana, secondo Cristini, non solo condiziona le scelte strategiche del premier ma tende a interpretare proposte come il piano di Trump – che pure prevedeva concessioni territoriali parziali – come una resa nei confronti di Hamas, alimentando un clima di sospetto verso qualsiasi ipotesi di compromesso.
A ciò si aggiunge la riflessione di Carmen Lasorella, che ha richiamato l'attenzione sul ruolo della formazione delle nuove generazioni e sull'insegnamento della storia nelle scuole israeliane, interrogandosi sulle conseguenze che questa narrazione identitaria può avere sul rapporto con i palestinesi e sulla possibilità di una futura coesistenza, elementi che concorrono a rendere sempre più remota l'ipotesi di una soluzione condivisa.
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