Il diavolo veste Prada 2, la prima bolognese è un fenomeno da dress code (e code reali)
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’era una volta il dress code, concetto un po’ caduto nell’oblio da quando le sneakers sono diventate la scarpa del giorno, eppure bastano le fattezze gelide di Miranda Priestly per restituire allo spettatore (e alla spettatrice, soprattutto) il senso di una partecipazione attiva che va oltre la semplice visione. Al Pop Up Medica, ieri sera, è andata in scena una di quelle proiezioni che profumano di revival, dove il pubblico non si limita a guardare ma interpreta, lavorando di buona lena sul proprio look, in un rituale che sembrava ormai perduto. Se “Il diavolo veste Prada 2” non sarà forse il film dell’anno da mettere nella propria cinquina (o anche decina), rimane certamente un fenomeno di costume di peso, capace di muovere le masse non solo alla biglietteria, ma anche all’armadio.
La fila era lunghissima per accaparrarsi un posto, e curiosamente molte di quelle ragazze non hanno avuto bisogno degli accessori prestati sul set – occhiali dalle forme gattesche, collane di perle, anelli vari – perché a casa avevano già cesellato ogni dettaglio del loro alter ego cartaceo. C’è chi si è ispirata a Miranda, chi ad Andy Sachs (la Hathaway, tornata al giornalismo di inchiesta per poi riavvicinarsi al mondo della moda nel sequel), e chi a Emily Charlton, l’ex assistente oggi a capo di una grande azienda del lusso rivelatasi fondamentale per la sopravvivenza della rivista in un’era dominata dai social media e dal fast fashion.
L’omaggio a Patricia Field e l’eredità di Molly Rogers
E c’è un’eredità che scotta, in questo senso, tra le mani di Molly Rogers, costumista affermata che ha preso il testimone pesantissimo della mitica Patricia Field, la stilista “regina” del primo capitolo. Il loro legame, nonché quello professionale, nasceva lontano, proprio sul set di “Sex and the City”, dove la Field spinse la Rogers a sviluppare un occhio autonomo, trasformandola da comparsa a partner creativa stretta. È proprio questa “bottega” dei miracoli fashion, passando per “Ugly Betty” e i successi planetari del primo “Diavolo”, a garantire la continuità stilistica nel sequel, dove la Priestly deve vedersela con un mondo che non conosce più la pazienza della carta patinata.
La febbre di Runway e la polemica sul vintage
Chi ha amato quel lontano 2006 ha sognato per decenni di avere tra le mani la rivista di Miranda, quel “Runway” sogno proibito e delizia dei fan. Oggi che il sogno è diventato realtà – grazie a un’edicola pop-up nata appositamente per il lancio, dove la rivista è distribuita gratuitamente – scoppia la polemica. Se da un lato ci sono persone disposte a fare ore di fila per accaparrarsela, dall’altro non manca chi la rigira subito su Vinted a prezzi folli, trasformando un gadget promozionale in un fenomeno da mercato secondario. Il magazine, anche se gratis, diventa subito oggetto del desiderio e simbolo di uno status che strizza l’occhio alla nostalgia, un po’ come la cappa verde cangiante acquistata al mercatino che una spettatrice ha indossato per omaggiare Andy. Tra i presenti, c’è anche chi indossava guanti gialli retati o camicie firmate come Dolce e Gabbana, mescolando citazioni dirette a un immaginario che ruba a piene mani da icone contemporanee come Alex Consani e Kate Moss.
Il gioco delle parti tra insegnanti e studenti di moda
La sera è stata anche un curioso palcoscenico di identità sospese, dove una spettatrice raccontava di volersi vestire “tutti i giorni come Miranda Priestly” ma di dover poi fare i conti con la professione di insegnante, costretta quindi a relegare la cappa argentata e la borsa con le piume al solo tempo libero. Dalla parte opposta, studenti di moda come Davide, che posava con pantaloni-gonna gessati e mani piene di anelli, dimostrano come il personaggio di Nigel – il direttore artistico di Runway – abbia lasciato un segno indelebile, fedele a quel potere della moda che non chiede permesso. Anche per i ragazzi, insomma, l’occhiale dalla montatura grossa è diventato il passe-partout per entrare in sintonia con un universo fatto di potere, scartoffie e redazionali, dove l’estetica è l’unica vera morale.
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